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Il primo premio a Marble Way e il progetto anni ’90 irrealizzato

Il primo premio a Marble Way e il progetto anni ’90 irrealizzato

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massa. Il professor Enzo Pranzini lancia la proposta di un nuovo concetto di spiaggia: niente sabbia – se non in alcuni tratti – e ghiaino di marmo. Proposta che, già nel 2019, aveva avanzato anche la Marble Way, la società che si propone di chiudere la filiera, con il riutilizzo degli scarti della lavorazione del marmo. Giuseppe Baccioli, che quella società la presiede, ricorda che proprio per il progetto di recupero del materiale di scarto nel ripascimento del litorale, la Regione Toscana, a fine 2019, ha riconosciuto alla società il primo premio per l’innovazione.

Una forma di ripascimento “alternativo”, quindi, in un litorale in cui in parte il marmo già viene utilizzato, ma come rinforzo, sotto la sabbia, per rendere più difficoltoso l’effetto erosivo. La costa è messa a dura prova da mareggiate sempre più frequenti che hanno gioco facile in un litorale in cui i lavori antierosione non sono mai riusciti a dare risposte definitive.

A firmare il progetto di difesa della costa, a fine anni’90, insieme a Pier Luigi Aminti, è stato Enzo Pranzini, docente di dinamica e difesa dei litorali. È lui a spiegare che quel progetto non ha mai trovato la sua applicazione. Finanziato dal Comune di Massa per due miliardi delle vecchie lire prevedeva due tipologie di intervento: la realizzazione di setti sommersi e il deposito di materiale al largo perché il mare lo “setacciasse” e riconsegnasse alla riva. Per verificare la funzionalità dei setti sommersi fu realizzata una prova: i pennelli soffolti vennero costruiti con sacchi riempiti di sabbia «e – parola di Pranzini – dove furono collocati funzionarono perché determinarono una riduzione importante del fenomeno erosivo». Solo che il progetto originario venne declinato in una nuova versione: né massi, né grandi sacchi, ma i tristemente famosi geotubi su cui – per usare le parole dello stesso Pranzini – le correnti esercitavano un effetto mattarello, spostando il materiale all’interno del geotessuto e determinando avvallamenti da cui le correnti si infiltravano. Anche l’intervento di deposito materiale fu testato, con un accumulo, oltre l’alberghiero: «E si formò addirittura una spiaggetta» – garantisce Pranzini.

Il progetto degli anni’90 – e questo è il dato che il professore sottolinea oggi – non ha mai trovato piena esecuzione. –© RIPRODUZIONE RISERVATA

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