Il Tirreno

Massa-Carrara, venti nuovi medici giurano a Ippocrate poi subito in trincea «Ci vuole coraggio»

Ivan Zambelli
Massa-Carrara, venti nuovi medici giurano a Ippocrate poi subito in trincea «Ci vuole coraggio»

Cerimonia a Palazzo Ducale, i neo dottori si raccontano: «Turni estenuanti, lavoro duro, ma ci mettiamo in gioco»

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Massa. Giurano a Palazzo Ducale i nuovi medici apuani. Ieri mattina nella sede della Provincia venti neo-laureati in Medicina hanno recitato il giuramento di Ippocrate, cerimonia che sancisce l’inizio della professione. Anche se, in questo caso, legato all’emergenza sanitaria, è stato solo: i giovani medici, infatti, non hanno stavolta aspettato l’iscrizione all’Ordine, ma fin da subito hanno risposto alla “chiamata alle armi” per la battaglia contro il Covid.

E proprio per questo impegno, il presidente dell’Ordine dei medici di Massa-Carrara Carlo Manfredi, il presidente della commissione odontoiatri Corrado Stefani, il presidente della provincia Gianni Lorenzetti, il vice-sindaco di Massa Andrea Cella ed il dottor Dante Cesaretti hanno lodato il loro coraggio e il loro spirito di abnegazione, nonostante il momento drammatico, le difficoltà e i tanti sacrifici.

A riconoscerlo sono loro stessi, come ha spiegato Andrea Rossi, che lavora nelle Usca, le unità speciali nate allo scopo di visitare a domicilio i pazienti covid o sospetti tali: «Ci siamo buttati in un’impresa forse più grande di noi, ma l’abbiamo fatto con coraggio e desiderio di metterci in gioco. Alla chiamata abbiamo risposto con il cuore». Il dottor Rossi spiega come funzionano le Usca e le difficoltà che questi medici vivono ogni giorno, con turni anche da 12 ore, tute e tripli strati di guanti, doppie mascherine, centinaia di chilometri percorsi al giorno per visitare i pazienti.

Non tutti lavorano nelle Usca, che sono un po’ il "fronte". Altri stanno prestando servizio nelle cure intermedie, nei sistemi di tracciamento; ovunque serva. Ovviamente, nonostante il coraggio e la grande volontà, questi medici sono comunque persone, che quando si tolgono il camice, o meglio la tuta protettiva, tornano ad essere figli, nipoti, parenti, amici con aspettative, timori, e speranze. Carlo D’Alessandro, ad esempio, lavora nelle cure intermedie dell’ospedale vecchio, dopo un’esperienza nelle Usca. Come tanti si è dovuto isolare dalla famiglia, per evitare di portare il Covid in casa. Per lui, come per tanti altri vita sociale ridotta a zero, non solo per le varie limitazioni: «Non sembra ma lavorare con dpi è molto estenuante, prendere un caffè o andare in bagno è impossibile. La stanchezza a fine giornata non è solo fisica, ma anche mentale, perché devi sempre stare attento ad ogni cosa, anche al minimo movimento». Ma nonostante tutto, il dottor d’Alessandro non ha dubbi: «Nella sfortuna generale è un’esperienza importante, rifarei qualsiasi scelta». Come già detto, non tutti lavorano a stretto contatto con i pazienti Covid. Altri operano nei sistemi di tracciamento, come le dottoresse Carolina Passani e Giulia Cocchiararo. Anche per loro, nonostante le mansioni differenti, intensi turni di lavoro, fino a 12 ore, e tante privazioni; ed anche per loro, molte speranze, specie per la campagna vaccinale, come spiega la dottoressa Passani: «Per gennaio c’è un po’ di preoccupazione, perché da una parte ci saranno le influenze, dall’altra la riapertura delle scuole, che comporterà maggiori movimenti. Vedremo; ma almeno ci sarà il vaccino».

Davide Simi, laureato a settembre, si è fatto tutta la seconda ondata nelle Usca di Massa. Il dottore ha raccontato le difficoltà delle settimane precedenti, dense di visite e tamponi. Ma nonostante il tour de force e l'auto isolamento, non si abbatte, ed anzi rilancia con un sorriso un bel messaggio di positività: «Si prospetta una terza ondata, ma speriamo di no; piuttosto speriamo che il vaccino funzioni». Per il momento il dottor Simi stringe i denti, «perché so che prima o poi questa emergenza finirà». —

Ivan Zambelli

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di Redazione web