Toscana
Vittorio Manici: che fine hanno fatto i veleni della Rumianca?
CARRARA
«Al centro della Rumianca, quando fu chiusa, c’era ancora un rifugio antiaereo risalente alla seconda guerra mondiale. Era una specie di piramide e, dopo la guerra, fu utilizzata come discarica interna, per far sparire tutte le produzioni effettuate come industria militare, che non servivano più o erano scadute. Al suo interno c’era di tutto: fusti in alluminio contenenti gas nervino ed asfissiante, rifiuti contaminati da arsenico e diossina. L’edificio era chiuso in modo che nessuno potesse entrarvi, ma in seguito venne svuotato e non è dato sapere che fine abbiano fatto quei veleni». Questa la testimonianza choc di Vittorio Manici, dipendente della Rumianca dal 1961 al 1983. L’ex operaio, oggi 79enne, ha lavorato nella fabbrica avenzina, attiva dal 1940 al 1984, fino all’anno prima della chiusura, avvenuta a seguito di un incendio che provocò fuoriuscita di diossina, con conseguenze a carico di due dipendenti. Le lavorazioni altamente nocive dello stabilimento, che fabbricava acido formico, arsenico metallico, anidride arseniosa, arseniato di piombo, anticrittogamici a base di rame, terre decoloranti (con uso di silici), prodotti dell’elettrolisi del cloruro di sodio, fitofarmaci e diserbanti clorofenossiacetici, sono note da tempo.
Ma le dichiarazioni di Manici confermano che la Rumianca, durante l’ultima guerra, produceva anche testate belliche. La presenza di grandi depositi di armi chimiche nello stabilimento avenzino, ritrovate dagli alleati nella primavera del 1945 ed impossibili da rimuovere perché in condizioni precarie, era già stata rivelata dal libro “Veleni di Stato”, edito da Rizzoli nel 2009 e scritto dal giornalista dell’Espresso (oggi vicedirettore di Repubblica) Gianluca Di Feo, secondo il quale alla Rumianca, negli anni ’40, ci sarebbe stato un deposito con un gas tossico. L’autore traeva questa clamorosa rivelazione da un documento ritrovato a Londra, negli archivi nazionali inglesi. Nel libro si legge che la Rumianca “nel 1940 venne mobilitata per sfornare testate con derivati dell’arsenico, assassini invisibili che provocano una morte repentina. Magari, -ipotizzava Di Feo- le testate pericolose sono state sotterrate e, nei decenni successivi, sepolte sotto un catafalco di altri rifiuti. Di sicuro, nessuno le ha mai cercate”.
Dalla testimonianza di Manici si scopre che esse sono state nascoste per quasi 40 anni nel bunker interno alla Rumianca, per essere poi trasportate verso una destinazione ignota. «Dopo la chiusura dello stabilimento, -racconta Manici- i fusti stoccati nel rifugio antiaereo furono prelevati da un’equipe con a capo un dottore che indossava tuta protettiva e scafandro. Non si sa chi fossero questi individui e dove abbiano portato i veleni». Si trattava forse di tecnici dell’esercito? «Questo non saprei dirlo, -risponde l’ex lavoratore- ma di sicuro erano persone che sapevano benissimo con quali sostanze micidiali avevano a che fare». Il rifugio antiaereo, probabilmente, venne definitivamente svuotato ed abbattuto dopo il 2000, quando iniziò la demolizione dei capannoni e la bonifica dell’area ex Rumianca, oggi inclusa nel Sin ed appartenente alla Syndial Spa, società del gruppo Eni. Delle armi chimiche, però, non si trovò più alcuna traccia. Sulla questione, il 22 febbraio 2013, era intervenuta anche l’allora responsabile provinciale dell’Arpat Gigliola Ciacchini, in risposta ad un’interrogazione presentata dai consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle di Carrara, sostenendo che l’analisi dell’attuale area Syndial, “eseguita mediante rimozione delle fondamenta dei fabbricati demoliti non ha portato alla luce materiali bellici nascosti nel sottosuolo”. Il destino di queste armi chimiche, dunque, resta un mistero. DAVID CHIAPPUELLA
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