Italia
Il consulente del pm: «L’avvocato era stabile il giorno della morte»
La spezia
«Le due emogasanalisi a cui fu sottoposto l’avvocato Corini, la mattina del giorno della sua morte, mostrano un quadro stazionario. Va considerato soprattutto il valore del ph, che è in sostanziale equilibrio. Si tratta di un dato di sintesi: l’organismo di un paziente con particolari difficoltà respiratorie, provoca acidità, qui non ce n’è traccia».
Il consulente
Paolo Pelosi - professore universitario e direttore di Terapia intensiva all’ospedale San Martino di Genova - ha ribadito il concetto più volte. Ha parlato per quattro ore affermando che quel giorno, in sostanza, l’avvocato - malato terminale di cancro - non era peggiorato e che, quindi, non sarebbe morto per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute ma, evidentemente, per altri motivi.
Il professore è consulente della Procura nel processo (che si celebra in Corte d’Assise alla Spezia, presidente Gianfranco Petralia, giudice a latere Fabrizio Garofalo) sulla morte dell’avvocato Marco Corini, scomparso il 25 settembre 2015 nella sua abitazione di Ameglia. Secondo la tesi del pm Luca Monteverde, s’è trattato di un omicidio, compiuto dalla sorella del legale, Marzia Corini, anestesista per conto di associazioni umanitarie in numerosi scenari di guerra, che ha iniettato una dose letale di un potente sedativo, il Midazolam, per paura di essere danneggiata nella spartizione dell’eredità (il 25 settembre 2015 l’avvocato aveva fissato un appuntamento con il notaio). L’accusa si fonda su una telefonata, captata dai carabinieri nel gennaio 2016, in cui la dottoressa Corini confessa a un’amica di aver anticipato la morte del fratello. «Tu hai capito che se io non avessi sedato Marco, lui non sarebbe morto?».
La difesa
Per la difesa (avvocati Tullio Padovani e Anna Francini), invece, la storia è un’altra: non c’è nessun omicidio, ma soltanto una sorella distrutta dal dolore che in quella ormai famosa telefonata cercava qualcuno che le «tirasse delle pietre addosso». Una donna provata dal dolore per «non essere intervenuta in tempo», per salvare la vita del fratello, nel 2013, al momento della diagnosi della malattia.
Il processo, ora, si gioca sul nodo emogasanalisi. Il consulente della Procura ha dato una lettura completamente nuova degli esami eseguiti il 25 settembre. In aula c’è stato anche uno scontro tra il professor Pelosi e l’avvocato Anna Francini.
Al momento del controesame, il difensore ha chiesto al consulente se avesse esaminato la storia clinica dell’avvocato Corini ma, anziché rispondere sul punto, il professore ha iniziato a polemizzare quasi avesse interpretato la domanda in chiave provocatoria.
Allora il presidente Petralia ha richiamato il medico e deciso di sospendere l’udienza rinviando il controesame al 21 dicembre.
Le parole di Marzia Corini
Poco prima Marzia Corini s’era alzata e aveva reso spontanee dichiarazioni: «Scopro ora, a distanza di cinque anni, che mio fratello stava bene», ha detto seccata. Sì, perché il consulente della difesa - Marco Ranieri, primario all’ospedale Sant’Orsola di Bologna - a ottobre aveva spiegato in modo netto che «osservando le radiografie degli ultimi mesi di vita dell’avvocato Corini, si può affermare che il giorno della sua morte è compatibile con il normale decorso della malattia».
L’imputata ha poi spiegato al Secolo XIX di essere intervenuta perché, in pratica, il consulente aveva sostenuto che l’avvocato Corini non fosse malato terminale.
Tiziano Ivani
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
