Il Tirreno

«Aprire solo a pranzo? No, così qui non funziona, non risolverà nulla»

Ivan Zambelli
«Aprire solo a pranzo? No, così qui non funziona, non risolverà nulla»

Lo sconforto dei ristoratori di Massa alle prese con il cambio di colore dalla zona rossa a quella arancione 

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MASSA. Tempi duri per i ristoratori, obbligati a rapportarsi con consegne striminzite, costi fissi, o con la chiusura fino a data da destinarsi, nonostante le ipotesi di eventuali riaperture, magari per natale, o per il cambio di colore della regione. Da Massa a Marina le soluzioni adottate finora non stanno dando i risultati sperati: asporto e consegne a domicilio, almeno per i ristoranti, vanno male, per diversi motivi. E così sempre più locali chiudono, mettono in cassa integrazione i dipendenti evitando ulteriori spese. Nei locali vuoti restano solo i dubbi, che ogni giorno si fanno sempre più assillanti. Del resto, ci sono ristoranti che si basano sul servizio serale, che risponde a logiche e clientele diverse dal pranzo. É il caso dell’ Osteria del Borgo di Alessio Raffaelli, che aveva pure provato a fare consegne, asporti, e quando era concesso, aprire a mezzogiorno, ma senza grandi risultati: «Concettualmente siamo improntati sulla cena, che fa girare un certo tipo di cantina e di prodotti, come la carne di canguro e di struzzo. Ho deciso di non scendere a compromessi, perché avrei sradicato la proposta e fatto morire la filosofia del locale stesso».

Piuttosto resta chiuso, anche se dovessero concedere la riapertura al pubblico a pranzo; infatti, anzi che questo oscuro scenario preferisce garantire ai dipendenti un’entrata sicura, la cassa integrazione. Scetticismo simile anche per Maurizio Gassani, titolare de Il Farfarello a Marina di Massa, il quale ha deciso di non rischiare con asporti e consegne, «perché a mio avviso un piatto portato a casa perde la sua composizione e presentazione, e rischierei di rimetterci d’immagine. Ma non posso neanche prendere del pesce sperando che arrivino delle chiamate». Anche per lui tanti dubbi sull’avvenire, ma non rifiuta a priori l’eventuale riapertura a pranzo: «A Marina si fa poco a pranzo, perché ci sono meno uffici. Se apri e incassi solo un giorno su sette non è il modo di lavorare, ma sarebbe comunque qualcosa, perché tieni il locale aperto. La mia idea è che daranno il via solo per una settimana, poi di nuovo tutti chiusi; più un rattoppo che altro». A resistere con asporti e consegne è l’Ippopotamus sul viale Roma, di Francesco Barotti: «I clienti sono i soliti di sempre, facciamo pizze e piatti ma più per dare servizio. Certo è che se dovessero ridare il via a pranzo si potrebbe anche accettare, nonostante sia una soluzione a metà, non solo per noi». Il pensiero di Barotti è rivolto a quelle persone che per lavoro devono pranzare fuori casa, e che adesso non hanno un posto dove consumare: «Giorni fa è venuto una persona che ha dovuto mangiare in macchina. Devo dire che mi è dispiaciuto, però la regola è quella, anche se sta creando molti disagi». Ci sono poi ristoranti sui quali si basano le entrate di intere famiglie, come il Bocconcino di Rossella Ansani, che da trent'anni gestisce con il marito il locale di Marina e che sta facendo molta fatica: «La nostra zona non è ricca o benestante, molte persone adesso sono cassaintegrate e preferiscono risparmiare. Durante il primo lockdown abbiamo faticato, ma poi ci sono stati i mesi estivi. Il problema è adesso: in questo periodo anche a cose normali non si lavora molto, e solo dicembre aiuta ad arrivare a pasqua; ma se l’idea sarà quella di continuare con le limitazioni anche durante le feste, non avrà molto senso riaprire al pubblico. Molti colleghi preferiranno tenere i dipendenti in cassa integrazione, altri chiuderanno, perché gli aiuti non sono arrivati».

Alla fine, sono più i dubbi che le entrate. Dubbi non tanto sull’oscuro avvenire, piuttosto sul breve periodo, come ormai questa emergenza ha abituato a fare: infatti che la Toscana torni zona arancione poco cambia per i ristoratori, che resteranno chiusi anche al pubblico. Ma anche concedendo questo, il settore si basa in gran parte sul servizio serale, dove le persone mangiano, bevono, e quindi spendono di più. C'è poi la paura che all’ipotetico “contentino” per le feste faccia seguito un’altra chiusura, con conseguente danza di dipendenti in cassa integrazione, o peggio, che si ripresenti un certo grado di anarchia, come teme Barotti: «Questa estate alcuni colleghi hanno “tratto ciccia dal mucchio”: per fare cassa hanno sfruttato la voglia di uscire delle persone, creando affollamenti e andando a fare concorrenza sleale a chi rispettava le regole. Il mio timore è che l'eventuale anarchia natalizia possa colpire ulteriormente il settore». —

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