Il Tirreno

il polo archeologico dell’antica Lunae 

«Non abbattete il museo di Luni»

claudio figaia
«Non abbattete il museo di Luni»

Italia Nostra in difesa dell’edificio costruito oltre 50 anni fa  sopra il Capitolium: un marchiano errore ma ben corretto

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luni

Fu progettato a fine anni 50 e inaugurato in pompa magna nel 1964 dall’allora Soprintendente della Liguria Olga Elia il Museo Nazionale di Luni. Una pietra miliare per la valorizzazione del sito archeologico di Luni, si disse. Peccato che l’edificio stava (e sta) nel punto più sbagliato: proprio sopra i resti del Tempio Capitolino. Un po’ come se avessero edificato un museo nel mezzo dei Fori Imperiali. Un capolavoro di ignoranza archeologica. Comunque, il museo, realizzato con connotazioni tipiche dell’architettura di avanguardia dell’epoca, con i suoi pregi e (non pochi) difetti, è lì da mezzo secolo, visitato da generazioni di scolari e da visitatori di ogni dove.

Adesso, però, si parla di demolirlo. È la Direzione regionale del sistema museale ligure a ventilare la volontà di ’abbattere il museo. Una prospettiva contro cui si leva la voce di Italia Nostra, sezione Apuo Lunense. «Nel suo genere è un bene culturale a tutti gli effetti, una testimonianza storica meritevole di essere conservata», dice Emanuela Biso, presidente dell’associazione.

Certo, e Italia Nostra lo mette in evidenza, il sito prescelto per la sua costruzione non è stato dei migliori: «Proprio sul cuore religioso e civile di ogni città romana e cioè il Tempio Capitolino con la sua area sacra circostante, del quale evidentemente si ignorava l’esistenza». Furono del resto proprio gli scavi per le fondamenta del museo a portare alla luce le potenti costruzioni del Capitolium. Una scoperta eccezionale, per quanto casuale. Resisi a quel punto conto del marchiano errore, gli allora responsabili della Soprintendenza Archeologica della Liguria si trovarono di fronte a due scelte: proseguire negli scavi archeologici e abbandonare l’idea del museo, oppure proseguire l’edificazione per dotare finalmente Luni di un museo. Si scelse di continuare e la soluzione del problema questa volta fu intelligente. Si optò per un edificio dotato di una struttura sopraelevata, sostenuta da “pilotis” per lasciare a vista l’impianto dell’area capitolina e addirittura per poterla vedere dall’alto, dall’interno della struttura stessa.

«Un errore incredibile per una Soprintendenza archeologica fu trasformato in una struttura di servizio a suo modo aperta e funzionale che, vista da una certa distanza, è anche una sorta di “totem” che richiama da lontano l’attenzione su di un paesaggio archeologico quasi del tutto privo di emergenze in alzato», commenta Italia Nostra. E allora – ecco l’appello di Emanuela Biso – «non sarebbe preferibile, ai fini della valorizzazione di Luni, impiegare i cospicui fondi necessari all’abbattimento dell’edificio per una estensione organica, consistente e significativa degli scavi nell’intera area per mettere finalmente in luce l’impianto urbano della città?» Un appello, dunque, a rilanciare gli scavi che, ricorda ancora Italia Nostra dopo le fondamentali campagne degli anni ’70 dovute al genio ed alla determinazione di Antonio Frova, per decenni si è proceduto (con l’eccezione di un solo caso di una certa consistenza) a sporadici saggi che sono ancora ben lontani dal risolvere l’enigma della realtà urbanistica e socio-economica di Luna: un centro a carattere industriale tra i più importanti della romanità del quale, ad oggi, conosciamo meno di un terzo della sua effettiva essenza». —

claudio figaia

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