Sicurezza
«Sulle certificazioni Confindustria smentisce se stessa...»
Carrara
Sulle certificazioni ambientali delle cave - scrive Legambiente - «Confindustria smentisce se stessa». Legambiente, in un articolato documento, inizia riportando alcune affermazioni già uscite sulla stampa. Eccole, così enumerate. «Episodio Uno: “È un dato di fatto che oggi tutte le imprese lapidee sia al monte che al piano siano dotate di certificazioni ambientali e di sicurezza” (Confindustria Ms, pagina a pagamento sulla stampa del 23 ottobre e articoli poi ripresi dalle cronache locali domenica 25). Episodio Due: “Nei database ufficiali di Ispra e Accredia risultano solo 11 cave registrate Emas o certificate Iso 14001, pari al 15% delle 73 cave” (Legambiente Carrara, sui propri siti e poi sulle cronache, 27 ottobre 2020). Episodio Tre: “Da Legambiente bugie grossolane”: le aziende che hanno adottato un sistema di gestione ambientale certificato (Emas e Iso 14001) sono 29 e ulteriori 7 hanno avviato l’iter”».
«E così - aggiunge Legambiente - Confindustria, nel tentativo di smentire Legambiente, smentisce se stessa. “Tutte le imprese lapidee sia al monte sia al piano” diventano 29 (e 7 con iter in corso). E quanto alle cave, non smentisce che siano effettivamente 11 ma fa un’operazione algebrica facendole diventare il 70% dei blocchi escavati (sebbene affermi testualmente “il 70% delle cave di Carrara”). Stupisce che una semplice verifica fatta da Legambiente ricorrendo a fonti ufficiali (gli esperti di informazione la chiamerebbero fact checking) venga bollata come “grossolana bugia, causata dall’abituale avventatezza”». «Com’è nello stile dell’associazione –che da sempre fonda le proprie critiche e proposte sull’ambientalismo scientifico– Legambiente ha utilizzato le fonti ufficiali: e anche dopo l’intemerata di Confindustria ha nuovamente verificato i dati».
Legambiente allega al comunicato l’elenco delle aziende con certificazione.
«Dubitiamo - aggiunge - che nel giro di due settimane le cave certificate siano passate da 11 a 29. Riteniamo invece probabile che Confindustria, tra le 29 aziende certificate, abbia conteggiato non solo le cave, ma anche le sedi espositive, i laboratori, gli uffici e le sedi legali: operazione di per sé legittima purché non lasci surrettiziamente intendere che si tratta di cave e, considerato che abbiamo riportato i dati ufficiali, non si permetta di accusarci di bugie grossolane». «Quello che è certo è che anche nell’ultimo comunicato, a differenza di quanto fatto da noi, Confindustria non fornisce alcun elenco delle aziende certificate; che per portare la percentuale al 70 % fa un’operazione di ricalcolo dei volumi; che, come si evince dalla sua stessa replica, la sua prima affermazione (“tutte le imprese lapidee”) non era veritiera». «Anche l’operazione di ricalcolo dei volumi che porterebbe al 70% le cave certificate appare poi tanto ardita quanto non documentata. Infatti, se fosse vero che il 15% delle cave produce il 70% dei blocchi, il restante 85% delle cave ne produrrebbe solo il 30%. Poiché il dato appare inverosimile, invitiamo Confindustria a dimostrare tale affermazione pubblicando l’elenco delle cave certificate e della relativa produzione di blocchi».
Prosegue Legambiente: «Il nostro elenco è inesatto? È incompleto? Confindustria ben potrà indicare le cave che mancano al momento all’appello. Saremo noi i primi a rallegrarci del fatto che le cave certificate sono ben di più e che a sbagliare sono state Ispra e Accredia».
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