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Il parroco don Gigli: «Le persone qui hanno occhi tristi»

Luca Barbieri
Il parroco don Gigli: «Le persone qui hanno occhi tristi»

Il sacerdote della chiesa della Sacra Famiglia: questa è diventata una zona depressa, e la paura è ancora tanta

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Luca Barbieri / CARARRA

«Le persone hanno gli occhi tristi. Il Covid ha dato un'ulteriore botta». Don Ezio Gigli, parroco della Sacra Famiglia di Marina di Carrara, l'anno scorso, a 5 anni dall'alluvione, ricalibrò l'espressione “zona rossa” – che indicava il perimetro più colpito dall'evento e corrispondente a buona parte della cosiddetta Marina “vecchia” – trasformandola in “zona morta”. «Zona depressa».

Attività chiuse, cartelli “vendesi” e la paura durante le allerte meteo: questa la fotografia che ci aveva rilasciato. «Non chiamatela “zona rossa”.

No, perché con il passare degli anni questa porzione di Marina di Carrara, il cuore di Marina colpito in maniera durissima dall'alluvione si è trasformata in “zona morta”», ci aveva detto. È passato un anno. Sei da quel giorno, da quella mattina in cui buona parte del litorale si è alzata in uno scenario sconvolto dall'acqua e dal fango. Un anniversario diverso, il primo affrontato con l'emergenza sanitaria, tra paura, negozi con orari ricalibrati, mascherine, distanze. Per questo don Ezio aggiorna quel termine con “zona depressa”. «Sì, molte persone erano già in ginocchio, con molte attività in difficoltà, complice anche il contesto economico generale; l'alluvione qui non ha di certo aiutato, anzi. Adesso nelle persone vedo gli occhi tristi, manca l'entusiasmo. È questo ciò che si respira. Il Covid negli ultimi mesi ha contribuito ad acuire ancora di più questa situazione difficile», spiega il parroco. «La speranza è che anche questo periodo difficile possa passare il prima possibile», auspica il don. «Ci rimbocchiamo le maniche». A pochi metri dalla chiesa, “Studio Ciak”, attività storica di Marina. «Penso sia normale che oggi (ieri, ndc) per noi non sia un giorno come un altro – osserva la titolare, Alida Vatteroni –. I problemi più grossi dell'alluvione sono stati superati, ma è anche vero che abbiamo ritrovato con fatica la precedente normalità. Cos'è rimasto? Il timore, affievolito magari in parte, con il passare del tempo, ma c'è sempre», fa sapere. Sì, aggiunge, perché quel 5 novembre 2014 ha segnato una sorta di confine: una linea tra il prima e il dopo. «Abbiamo buttato via parte dell'attrezzatura, poi resta la paura, il ricordo, è una bella botta che non penso sia così facile da cancellare». «Quest'anno è sicuramente un anniversario diverso», aggiunge e conclude: «L'emergenza Covid ha annullato le cerimonie, ha cambiato parte della quotidianità; penso agli eventi in programma per Natale, per esempio. Ma siamo ancora in piedi e passeremo anche questa come le altre». Poi la chiosa delle associazioni del territorio, di ChiAma Carrara. «Il 5 novembre è una data che i cittadini di Carrara non dimenticano, ogni anno riguardiamo le foto con dolore e sgomento. Ci auguriamo che eventi del genere non accadano più e che la politica abbia maggiore cura e attenzione del nostro territorio senza trascurare nessuna problematica e soprattutto tuteli l'ambiente che ci circonda poiché la cura dell’ambiente costituisce un coinvolgimento a opera non solo del privato cittadino, ma anche della pubblica amministrazione. Tale impegno non è volto solamente alla difesa ambientale, ma anche alla sua valorizzazione, poiché il “bene ambiente” non va a costituire solo uno strumento per perseguire un fine, come bene dell’uomo, ma è valore esso stesso». —

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