Attenzione
In duecento in piazza per chiedere di fermare la devastazione alle cave
Flash mob con mascherine e ombrelli in piazza Alberica. Confindustria: no alle mistificazioni e alle falsità, sì al confronto
CARRARA. "Fermiamo la devastazione": in oltre duecento in piazza Alberica per il flash mob organizzato da Athamanta su cave e Alpi Apuane, tra striscioni e mascherine. Rimandato il maxi-corteo e ricalibrato l'evento i militanti hanno tradotto in un flash mob l'appello lanciato nelle scorse settimane. Decine e decine di partecipanti in piazza Alberica a Carrara nel pomeriggio di sabato 24 ottobre con i cori («giù le mani dalla montagna, da Carrara si vede Parma», uno dei più gettonati) e la musica ad alternare le operazioni per realizzare con gli ombrelli la coreografia. In terra i segni per abbinare il disegno al distanziamento; mascherine e striscioni, niente bandiere di associazioni e partiti aderenti come chiesto nell'ultima riunione.
Poi, poco dopo le 15,30, il via, con l'effetto scenografico che però si può cogliere solo dall'alto, con la posizione dei vari partecipanti che forma «Fermiamo la devastazione», fatta di ombrelli colorati. È questo l'ultimo atto di una lunga giornata di mobilitazione, quella organizzata da Athamanta, ricordiamo, e a cui hanno preso parte varie realtà territoriali; non si sono svolte, invece, manifestazioni “contro”.
La giornata
In mattinata alcuni dei manifestanti hanno raggiunto il cuore delle montagne, alla cava dei Poeti: qui altro striscione (“Riprendiamocele”, con riferimento alle Alpi Apuane) a fare il paio con quello che ha targato l'intera iniziativa (“Fermiamo la devastazione. Al vorè durata”). Al piano, invece, il gruppone ha suddiviso per tappe simboliche l'iniziativa che ripercorrono: «La montagna, luogo della devastazione tangibile, che deve tornare a essere attraversata con una coscienza critica, patrimonio di tutti e non di pochi. Poi la sede di Assindustria, per ribadire ancora una volta chi sono i mandanti di questo ecocidio, i grandi gruppi industriali e non i lavoratori del settore, ma coloro che sacrificano le nostre montagne al dio denaro senza alcun rispetto per la salute dell’ambiente e dei lavoratori. Lo stabilimento Omya, multinazionale del carbonato di calcio, un mercato che ha incentivato la produzione di detrito di cava, rendendolo un vero e proprio business che autorizza la polverizzazione delle Apuane. Piazza delle Erbe, per ricordare la “rivolta delle ceste” del 1944». Ogni tappa, uno striscione, un sit-in. Fino a piazza Alberica, teatro del flash mob conclusivo, eletto a luogo simbolico anche per gli interventi. Tanti giovani. Ma non solo. L'età media degli interventi però abbraccia una fascia di under 30. Si alternano, leggono, sintetizzano quelle ragioni che portano avanti. Sono alcune “facce” di Athamanta, non tutte. E ci tengono a precisarlo: «Parliamo tutti a nome del percorso», ripetono.
Facce e ragioni
C'è Linda Paternò, di Carrara, c'è Carlo Perazzo che arriva da Sarzana poi ci sono le altre apuane, Beatrice Gianni, Marta Monini e Chiara Pennoni. Alcune adesioni arrivano fuori provincia, da quelle limitrofe. «Chi non ha potuto partecipare in loco, lo ha fatto online», assicurano i promotori. Poi i temi: ambiente, lavoro, sostenibilità, sicurezza. «Le Alpi Apuane sono vittime di uno dei più grandi disastri del mondo. Negli ultimi decenni la catena montuosa apuana è stata visibilmente distrutta causando ricadute incontrovertibili sul punto di vista ambientale e sociale. Oltre 4 milioni di tonnellate di montagna. Il 90% del materiale estratto è quello di scarto. La montagna, aperta a colpi di esplosivo con le cosiddette “varate”, finisce in carbonato di calcio per il settore edilizio, per le industrie farmaceutiche e cosmetiche. L’80% del marmo bianco estratto nelle Apuane fa questa fine, il 19,5% è impiegato per arredi e rivestimenti mentre l’arte pesa lo 0,5% delle estrazioni», ribadiscono. Poi la “marmettola” e quel «territorio che anche a causa dell’attività estrattiva è continuamente soggetto a disastri alluvionali».
Il microfono passa di mano in mano, ma il messaggio che ripetono è chiaro: «Il nostro percorso non può e non deve concludersi oggi. La lotta non si esaurisce, è soltanto cominciata. Siamo pronti a portare la questione apuana fuori dai confini nazionali».
La posizione di Confindustria
«È legittimo manifestare le proprie opinioni con ogni strumento non violento ed è legittimo manifestare la propria volontà di far chiudere le cave e smantellare il settore lapideo della provincia di Massa-Carrara. Quello che però non è accettabile è che con falsità e mistificazioni si crei, ad arte, un clima di intolleranza e violenza contro i cavatori e le imprese. Perché il confronto, anche fra posizioni radicalmente diverse, è sempre utile. È invece sempre dannosa e pericolosa questa continua aggressione basata su bugie contro chi lavora e chi fa impresa»: è quanto dichiarato dalla delegazione di Massa-Carrara di Confindustria a proposito delle iniziative di protesta organizzate sabato 24 ottobre per chiedere la chiusura della cave.
«Questi pozzi pieni di odio vanno svuotati. Il mondo dei cavatori e delle imprese lapidee non è quello che alcuni bugiardi e violenti raccontano. È un mondo fatto di lavoro, impegno, passione, sacrificio e tanti investimenti. Le cave e i cavatori non sono “delinquenti” predatori come alcuni li vogliono disegnare. Il marmo è fatto da aziende che, al monte e al piano, hanno autorizzazioni nel rispetto delle legge e dei regolamenti di varie autorità statali, regionali e locali».
Capitolo sicurezza
«Ad esempio – spiega ancora Confindustria - il protocollo per la sicurezza dei lavoratori del marmo è uno dei più avanzati d'Italia e fa da modello anche per altre realtà produttive. Un protocollo frutto dell'incontro e del confronto costruttivo fra imprese, sindacati e istituzioni come ad esempio Regione, Prefettura, Magistratura, Comune, Asl, Vigili del Fuoco, Forze dell'Ordine. Così come non va dimenticato che per ottenere un’autorizzazione all’escavazione, in base a tutte le norme vigenti, bisogna presentare un progetto estremamente complesso che viene vagliato minuziosamente in una conferenza dei servizi dove sono presenti molti enti pubblici: dalla Regione al Comune, dall'Arpat alla Asl».
Analoghi procedimenti autorizzativi - si aggiunge - sono necessari per le aziende che si occupano della lavorazione del marmo che sono sottoposte a diversi e numerosi controlli ed esami, sia nel momento di avvio sia durante l'attività, svolti da varie autorità locali, regionali e nazionali. «È una bugia - continua Confindustria - dire ad esempio che le Alpi Apuane sono devastate, perché tutte le cave messe insieme rappresentano meno del 2% del territorio delle Alpi Apuane dato che le aree estrattive interessano un'area di 20 Kmq mentre le Alpi Apuane hanno un’estensione di oltre 2000 Kmq. Senza dimenticare che negli anni l'escavazione è costantemente calata in quantità e aumentata in qualità perché le aziende e i lavoratori hanno migliorato anche grazie a ingenti investimenti la qualità dell'escavazione sia nella tecnica che nei metodi di lavorazione».
Certificazioni ambientali
«È un dato di fatto - sostiene Confindustria - che oggi tutte le imprese lapidee sia al monte che al piano siano dotate di certificazioni ambientali e di sicurezza. Certificazioni date da enti terzi che si ottengono solo a fronte di dati certi e misure concrete. Ad esempio la certificazione Emas, che molte aziende di escavazione hanno ottenuto, essendo pubblica, viene rilasciata da Ispra a seguito di verifica e sopralluogo eseguito da Arpat che in maniera molto puntuale analizza tutti i risvolti ambientali in ogni singola fase del processo produttivo. E l'ente certificatore esegue controlli periodici di verifica che le prescrizioni siano eseguite sempre e correttamente altrimenti la certificazione viene tolta».
I numeri del lavoro
Secondo Confindustria, «È una bugia che il marmo dia lavoro a poche persone e non sia un settore fondamentale dell'economia di Massa-Carrara. Il marmo (dati di di Camera di Commercio, Istat e Irpet) assicura il 24% del Prodotto Interno Lordo della nostra provincia con oltre 1.200 aziende e 5.000 lavoratori diretti e circa 3.000 lavoratori dell’indotto, e rappresenta il 2% del totale dell'export della Toscana quasi alla pari con la percentuale occupata dal vino toscano nel mondo. I dati ad esempio dicono che ogni anno dal marmo arrivano ai lavoratori del settore circa 145-150 milioni e si tratta di persone e famiglie che nel 90% dei casi vive a Massa-Carrara. Senza contare - spiega Confindustria - le ricadute più ampie visto che ad esempio ogni anno oltre 630 milioni di euro vanno ai vari fornitori del settore marmo, fornitori e lavoratori che nel 75% dei casi sono aziende di Massa-Carrara. In più dal marmo arriva ogni anno un contributo fondamentale alle casse pubbliche dei comuni che hanno cave nel proprio territorio: circa 30 milioni l'anno versati direttamente nelle casse comunali di cui circa 27 al Comune di Carrara».
«Sarebbe insomma più utile - conclude Confindustria - per tutta la nostra comunità, se il legittimo confronto sul marmo e sul futuro della nostra economia provinciale fosse libero da bugie e pregiudizi, perché queste hanno come conseguenza non solo la cecità di fronte ai fatti oggettivi, ma anche la creazione di una cultura dell'odio e della violenza, contro il mondo del lavoro e delle imprese, che rischia di minare le basi stesse della nostra comune convivenza».
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