Il Tirreno

L'infermiera-simbolo di nuovo in trincea : "Ci risiamo, molti in questi mesi hanno fatto quello che non si doveva fare"

David De Filippi
L'infermiera-simbolo di nuovo in trincea : "Ci risiamo, molti in questi mesi hanno fatto quello che non si doveva fare"

Parla la donna simbolo della prima ondata ora all'ospedale Apuane: "Ricominciare daccapo mi annienta psicologicamente. Ho paura, ma ce la faremo"

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MASSA. E’ stata una delle infermiere simbolo della lotta al Covid-19 nella prima ondata di contagi quella della scorsa primavera. E un suo post con il volto segnato dalla mascherina aveva fatto il giro del mondo.

Oggi Martina Benedetti è di nuovo in trincea, all’ospedale delle Apuane con determinazione e paura, con l’arma della propria professionalità e il timore di un incubo già visto pochi mesi fa, contro il quale forse avremmo tutti dovuto prepararci di più.

Sta tornando il virus con l’aggressività della scorsa primavera: che sensazione si ha recandosi al lavoro?

«La sensazione è di precarietà, che a dire il vero non se ne è mai andata. Per me il virus Sars-Cov2 è sempre stato una costante minaccia, anche in estate, un periodo in cui molti si sono sentiti in diritto di dimenticare gli sforzi dei mesi precedenti "facendo tutto quello che non si poteva" come ci ha ripetuto una canzone estiva molto in voga. Atteggiamenti favoriti sicuramente da disinformazione generale e da cattivi esempi ripetuti. C'è una frase che descrive molto bene il mio stato d'animo attuale ed è dello scrittore giapponese Haruki Murakami (tratta da “Kafka sulla spiaggia”, uno dei romanzi di maggior successo dell’ autore nipponico), che dice: "Quando la tempesta sarà finita probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e ad uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato". Ebbene, quello che io e i miei tanti colleghi della sanità abbiamo affrontato nei mesi di marzo e aprile mi ha profondamente cambiata e ciò si riflette sulla mia vita lavorativa, quotidiana e nei rapporti con le altre persone».

A differenza dello scorso marzo, ora sapete cosa vi aspetta. È meglio o peggio, l’essere consapevoli dei turni massacranti a cui andrete incontro?

«La consapevolezza di cosa ci aspetta dal punto di vista prettamente pratico e clinico ci aiuta. Dal punto di vista psicologico e umano personalmente mi annienta. È come dover rifare il biglietto per il volo più traumatizzante della vita sapendo di non poter scendere dall'aereo che altrimenti, inevitabilmente, si schianterebbe al suolo».

Con i colleghi impiegati nella terapia intensiva cosa vi dite?

«Ho coniato una frase in questi giorni postandola sui miei canali social: "alcuni colleghi sono quelle persone speciali che ti fanno sorridere fuori quando stai piangendo dentro", è esattamente così. Portiamo i segni della battaglia ma ci sosteniamo con la consapevolezza che è il team multidisciplinare che fa la forza e la differenza durante una crisi. Noi infermieri ci siamo sempre stati anche prima dell'emergenza, ci siamo adesso, e ci saremo sempre tuttavia vorremmo un futuro con maggiori tutele».

Si chiede mai “Chi me lo ha fatto fare?

«È brutto da dire ma pensando alla situazione economico-contrattuale in rapporto alle enormi responsabilità lavorative e alle elevate competenze tecnico specialistiche di un infermiere di Terapia Intensiva, oggi in Italia, quella domanda me la faccio, quasi ogni giorno. Ho la fortuna di coltivare una passione grande, quella della scrittura, il "distaccamento del mondo reale per immergermi altrove" mi aiuta molto a superare le difficoltà. Il mio è un lavoro che amo e che ho scelto, tuttavia il futuro infermieristico dovrà necessariamente cambiare per creare professionisti più motivati e soddisfatti nel mondo del lavoro. La svolta, potrebbe essere data uscendo dal Comparto Sanità e più a breve termine attraverso riconoscimenti concreti nei confronti della categoria, non solo applausi dai balconi».

In tarda primavera ha pubblicato un libro con la criminologa Anna Vagli, che descrive i primi tempi della pandemia e lo avete intitolato “Non siamo pronti”. E ora? Siamo pronti?

«Il libro con Anna Vagli è stato per me un progetto importantissimo, un progetto del quale mi sento estremamente orgogliosa. Il titolo "Non siamo pronti" deriva, appunto, dalla sensazione di inadeguatezza generale nel fronteggiare un nemico così grande nei mesi scorsi. Se siamo pronti adesso? La mia risposta è "non come avremmo dovuto" e questo per via dell’impennata dei numeri, dei negazionisti, delle fake news continue, il tempo che abbiamo perso in estate in cui avremmo dovuto prepararci meglio, gli organici sempre carenti, ecc. Dimentichiamo gli arcobaleni: “andrà tutto bene” se tutti adotteremo comportamenti corretti e soltanto se verrà effettuata una buona regolamentazione da parte delle autorità competenti».

Cosa si aspetta dall’immediato futuro?

«Che venga fatto tutto il possibile per contenere i contagi. In primis che le persone che hanno contratto questo virus e stanno combattendo ne escano vincitrici. Che non si sottovaluti più l'importanza delle parole e della comunicazione. Vorrei poi rassicurare la popolazione sul fatto che noi infermieri faremo l'impossibile perché il nostro fine ultimo è sempre la salute del paziente ed è questo il tempo di decidere che ruolo avremo nella storia perché oggi, in emergenza, non è il momento di emettere giudizi e sentenze, ma la storia non sarà clemente con chi non se lo merita. Ognuno di noi è responsabile di una parte del futuro». —




 

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