Il Tirreno

in vista della manifestazione di athamanta 

Franchi in borsa, striscione polemico contro le sue cave

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carrara

Qualche giorno fa, sempre sul viale XX Settembre, al solito ponte, eletto da anni bacheca pubblica dai carraresi, è apparso un altro striscione e poi una nota, a firma del collettivo Athamanta, tutto a poche ore dal debutto della Franchi Umberto Marmi in Borsa. Athamanta interviene in vista della manifestazione in programma per sabato 24 ottobre, “Fermiamo la devastazione”. «Le “cave del Gruppo Franchi” prima di essere cave sono montagne e prima di essere “del Gruppo Franchi” o di qualsiasi altra società sono un bene comune della cittadinanza tutta. La quotazione in Borsa, si sa, necessita di grandi cifre. E infatti leggiamo di una società con un valore di produzione di oltre 65 milioni di euro nel 2019, con un utile netto sopra ai 16 milioni. Non è possibile continuare a legittimare un arricchimento di questa portata su un bene comune. Così come non è più accettabile che qualcuno si arricchisca distruggendo ecosistemi, inquinando le nostre acque, spazzando via pezzo dopo pezzo le Alpi Apuane, patrimonio naturale della comunità di oggi e di domani. In nome di cosa: del lavoro? Dell’occupazione? Non si direbbe dato che accanto ai numeri dei fatturati sempre più in crescita, quelli dell’occupazione sono in calo continuo. In questo caso si vede un gruppo con un utile netto superiore ai 16 milioni euro e 40 dipendenti. È evidente che questo sistema non possa essere una risposta ai problemi occupazionali del nostro territorio, ma tuttalpiù una causa. Queste cifre, nella provincia con il tasso di disoccupazione più alto del centro-nord, sono l’ennesima dimostrazione che il sistema cave ha un unico significato: enorme profitto per pochi e devastazione per tutti», scrivono da Athamanta da dove aggiungono. «Sul sito della società si legge che Franchi Umberto Marmi è nata da “quel mondo fatto di cavatori, di pericoli e di gioie sempre condivisi, su quelle montagne dove tutti gli uomini si sentono uniti da una religione laica basata sui valori dell’etica del lavoro”. Noi ci chiediamo se davvero si possa credere che i pericoli che vivono quotidianamente i cavatori, un settore che vede in media un morto all’anno su meno di 700 lavoratori, possano essere gli stessi di chi gestisce 16 milioni di euro di utili; se le gioie possano essere le stesse; se “l’etica del lavoro” possa ammettere questo ricatto occupazionale che contrappone la salute e l’ambiente al lavoro». —



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