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«Le motivazioni del tribunale adesso sveglino la politica»
massa
Il 27 luglio scorso Marco Cappato e Mina Welby sono stati assolti dalla Corte di Assise di Massa presieduta dal giudice Ermanno De Mattia “dal reato a loro ascritto (istigazione e aiuto al suicidio di Davide Trentini) perché il fatto non sussiste quanto alla condotta di rafforzamento del proposito di suicidio e perché il fatto non costituisce reato quanto alla condotta di agevolazione dell’esecuzione del suicidio”. Sono ora state depositate le motivazioni della sentenza .
Le commenta Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, avvocato, coordinatrice e difensore nel collegio difensivo di Welby e Cappato: «La Corte evidenzia che il requisito dei “trattamenti di sostegno vitale”, indicato dai Giudici della Corte Costituzionale con la sentenza 242/19, non significa necessariamente ed esclusivamente dipendenza “da una macchina” . Partendo dal caso di Fabiano Antoniani, la Consulta era arrivata a configurare una nuova causa di giustificazione che esclude la punibilità in presenza di determinate condizioni che la Corte è pervenuta a enucleare prendendo come punto di riferimento la legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento 219/17 e in particolare i trattamenti sanitari che la legge sul “testamento biologico” consente di rifiutare. La Corte di Assise di Massa ha chiarito che il riferimento è da intendersi a qualsiasi tipo di trattamento sanitario, sia esso realizzato con terapie farmaceutiche o con l’assistenza di personale medico o paramedico o con l’ausilio di macchinari medici. Sono compresi anche la nutrizione e idratazione artificiali».
Marco Cappato e Mina Welby sono stati dunque assolti perché «sussistono tutti i requisiti della scriminante configurata dalla sentenza 242 del 2019» incluso il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.
«La decisione – continua Gallo - aggiunge l’elemento importante che il trattamento di sostegno vitale è e ‘deve intendersi qualsiasi trattamento sanitario interrompendo il quale si verificherebbe la morte del malato anche in maniera non rapida. Auspichiamo che, anche grazie alla chiarezza delle motivazioni di questa sentenza, quanto prima si sblocchi la paralisi riformatrice delle Camere e si possa arrivare a una chiara regolamentazione del ‘fine vita"». —
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