Il Tirreno

Parla l’epidemiologa 

Covid-19, ancora dieci casi in provincia «Ma è perché siamo bravi ad individuarli»

Chiara Sillicani
Covid-19, ancora dieci casi in provincia «Ma è perché siamo bravi ad individuarli»

Paola Vivani: certo non mancano i comportamenti scorretti, ma gli screening sono capillari. Dei positivi 8 sono a Carrara

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MASSA

Non c’è il picco di giovedì quando i nuovi casi accertati sono stati 19 in Provincia, ma il Covid non ha ancora ingranato la retromarcia: ieri le positività sono state 10 di cui 8 concentrate a Carrara (1 a Montignoso e 1 ad Aulla). Un numero di casi preoccupanti negli ultimi giorni anche se un dato confortante rimane: non aumentano i ricoverati nel reparto di malattie infettive del Noa. Sette in totale, nessuno in gravi condizioni. C’è una diffusione del contagio o c’è - è una delle ipotesi disegnate da Paola Vivani, responsabile di epidemiologia - una grande capacità di tracciamento e di screening che ci consente di individuare molti casi.

Dottoressa, giovedì siamo arrivati a 19 contagi. Più che a Firenze che ha una popolazione molto più numerosa. Esiste un caso apuano?

«Ci sono numerose variabili da prendere in considerazione, una di queste è il numero di tamponi effettuati sul territorio. Accanto ai tamponi eseguiti su chi ha avuto contatti con pazienti positivi, ci sono quelli previsti nell’ambito di campagne di screening e il numero elevato di positivi potrebbero essere proprio la conferma dell’efficienza di quelle campagne, della capacità di coprire la popolazione. Intendo dire che i numeri più elevati potrebbero anche essere indicatori di un territorio virtuoso nella esecuzione di tamponi. È chiaro, infatti, che il numero di casi è maggiore, quando maggiore è la capacità di cercarli ed individuarli».

Poi però ci sono anche stili di vita e comportamenti più a rischio...

«Esattamente. Anche quella è una variabile molto importante: tutte le area di costa, zone di vacanza hanno registrato comportamenti non proprio improntati al rispetto delle buone regole. Questo è anche dovuto al fatto che sia cambiata la percezione del rischio. Abbiamo riscontrato che l’età media è sempre inferiore ai 40 anni. Molti risultano asintomatici o presentano una sintomatologia lieve, simile a quella di sindromi influenzali o para influenzali. Questo, come dicevamo, cambia la nostra percezione del rischio».

Si ammalano più giovani e meno anziani. Per quale ragione? Perché si sono ridotti casi in cui il ragazzino contagia il nonno?

«Beh, i fattori sono molteplici. Prima di tutto, nelle strutture in cui si concentrano persone anziane, come le Rsa, ci sono ora elevatissimi sistemi di protezione. Inoltre tutti noi abbiamo assunto il concetto del “soggetto debole”, sappiamo che l’ anziano corre più rischi e abbiamo ridisegnato le nostre relazioni. Magari il nipote - per rimanere all’esempio - non indossa la mascherina con gli amici, ma la indossa quando va dai nonni. I principi igienici non sono ancora del tutto acquisiti, ma di passi avanti ne sono stati fatti».

Casi gravi ci sono, ma meno. Il virus è più debole?

«Non ci sono verità ancora, ma molti esperti ribadiscono che nessun agente infettante, quindi neanche il virus, ha interesse ad uccidere tutti i suoi ospiti perché se l’ospite muore, muore anche il virus. Quindi c’è un momento in cui si disegna un equilibrio. Certo il virus c’è eccome, ci sono anche casi gravi, continua a circolare, ma spesso lo fa senza dare segni di sè».

Tra pochi giorni la scuola sarà la cartina di tornasole?

«Io penso che i bimbi non corrano grossi rischi, ma possono infettarsi contagiando i familiari e determinando focolai. Adesso però siamo pronti, allenati, sappiamo che è fondamentale riconoscere e isolare, evitare i contagi. Lo sappiamo e dobbiamo farlo bene. Il lockdown è stato fondamentale per il contenimento del contagio, ma ritengo che adesso anche l’isolamento continuato, soprattutto per i bimbi, sia un rischio. La paura c’è e deve ricordarci di assumere sempre comportamenti corretti, ma è necessario tornare alla socialità. È necessario ridere. L’uomo è sociale per natura, ha bisogno di condivisione. Ripeto: fondamentali sono comportamenti corretti e capacità di identificare il virus e contenerlo».

Aspettiamo il vaccino, ma intanto c’è quello antinfluenzale. È indispensabile farlo?

«È indispensabile prima di tutto per i pazienti a rischio, per gli anziani, per chi ha problemi broncopneumologici, per gli oncologici, per i bimbi con patologie. Inoltre in molti settori, dalla scuola alla sanità, vaccinarsi consentirà di evitare febbri o sintomi che potrebbero far scattare l’allarme e la quarantena».

Dottoressa, il prossimo sarà davvero un lungo inverno?

«Credo di sì, ma spero faccia scuola e contribuisca a diffondere comportamenti corretti, buone pratiche e concetti igienici di base». —



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