Gioco
Quell’auto scura sgomma in fuga, dietro il fumo acre dei lacrimogeni
Caso Farmoplant, domani la nona foto in regalo con il Tirreno: due ministri uscirono da piazza Aranci
MASSA
Un’auto scura che si allontana a grande velocità da piazza Aranci, lasciando dietro di sè il fumo dei gas lacrimogeni, sparati dalla polizia per disperdere un presidio spontaneo e pacifico, composto da alcune centinaia di persone, soprattutto giovani e donne. E’ questo che si vede nella foto di Claudio Cuffaro che regaleremo domani, martedì prossimo. Si tratta della seconda, dopo quella uscita lo scorso 19 luglio, che la nostra raccolta dedica a questo avvenimento, nel corso del quale lo stesso fotografo del “Tirreno” fu colpito da una manganellata. A bordo di quell’auto c’erano il ministro dell’ambiente Giorgio Ruffolo (Psi) e quello della protezione civile Vito Lattanzio (Dc), che lunedì 18 luglio 1988, insieme al collega ai lavori pubblici Enrico Ferri (Psdi), erano andati ad una riunione in prefettura a Massa, per discutere con autorità e tecnici locali dell’emergenza Farmoplant, a seguito dell’esplosione del serbatoio Rogor e della fuoriuscita della gigantesca nube tossica, avvenute il giorno prima. La presenza dei tre ministri aveva attirato in piazza Aranci, di fronte all’ingresso di Palazzo Ducale, sede della prefettura, un gran numero di cittadini, intenzionati a chiedere la chiusura definitiva della fabbrica chimica. Ruffolo, però, annunciò che era stato firmato un decreto di chiusura cautelativa della Farmoplant per 6 mesi. Al termine dell’incontro, verso le 19, fuori della prefettura c’era ancora il presidio dei dimostranti. Ai tre ministri fu suggerito di uscire a piedi, da una porta secondaria, ma solo Ferri accettò questa proposta, lasciando Palazzo Ducale senza alcun problema o ostacolo. Ruffolo e Lattanzio, invece, uscirono in automobile, dall’ingresso principale. Con la loro approvazione, dunque, venne dato alla polizia l’ordine di caricare i dimostranti, che manifestavano pacificamente. Alla nube tossica si aggiunsero così le manganellate ed i gas lacrimogeni, che resero l’aria irrespirabile per diversi minuti. L’episodio fece indignare l’Italia intera. «La gente -scrive Fabio Paternò nel suo articolo “Dalla nascita della zona industriale al caso Farmoplant” (1988)- era esterrefatta, incredula che si potesse arrivare a tale livello di cecità e arroganza. (…) L’indignazione e la rabbia crebbero. Il giorno dopo partì una nuova grande manifestazione con camion carichi di cavatori in testa, arrivò dinanzi alla Prefettura. La gente era inferocita, la tensione alle stelle. A un certo punto -ricorda ancora Paternò- apparve al balcone il sindaco (Mauro Pennacchiotti, ndc) per annunciare che la giunta aveva emesso l’ordinanza di chiusura immediata e definitiva di ogni e qualsiasi lavorazione e attività produttiva e industriale; la gente applaudì e la tensione si attenuò. Partì un corteo per andare a bloccare la linea ferroviaria, nel frattempo affluirono forze dell’ordine dall’esterno». I vertici della polizia, però, contrariamente a quanto fatto il giorno precedente, non diedero alcun ordine di sgomberare la stazione. Le forze dell’ordine, infatti, si ritirarono sul viale della stazione, lontano dai manifestanti.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
