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«Concessioni, ci sia l’obbligo di lavorare in loco i blocchi»

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carrara

«Confindustria appoggi la nostra richiesta di introdurre, come requisito di partecipazione alla gara pubblica per il rilascio delle concessioni, l’obbligo di lavorare in loco la gran parte dei blocchi prodotti. Lascerebbe al territorio apuano almeno una buona ricaduta occupazionale nella filiera locale, anziché solo criticità e devastazioni». Chiudono così da Legambiente Carrara la nota che si inserisce nel botta-risposta con la Confindustria apuana sul Piano regionale cave. «Sebbene le cave di marmo siano consentite all’unico fine dell’estrazione dei blocchi, i dati della pesa comunale dal 2005 a oggi dimostrano che più di un terzo delle cave ha portato a valle meno del 10% in blocchi (oltre il 90% di detriti): difficile credere che ciò sia il frutto di eventi occasionali, anziché la cruda realtà quotidiana. Senza considerare le numerose cave apparentemente virtuose, avendo rese blocchi dal 30 al 100%, ma solo perché hanno abbandonato abusivamente i detriti al monte».

«A nulla - prosegue la nota degli ambientalisti - è servito neanche il Piano regionale attività estrattive (Praer) del 2007 che stabilì il requisito autorizzatorio di una resa in blocchi di almeno il 25% e la verifica annuale da parte del Comune. Il principio fu solennemente ribadito nel 2015 dal Piano paesaggistico regionale (Pit-Ppr), stabilendo che le cave avrebbero dovuto “limitare quanto più possibile la produzione di inerti”. Il Prc, in effetti, sotto l’impulso dell'assessore Ceccarelli, ha tentato di farlo, stabilendo inizialmente una resa minima in blocchi del 30%. Poi, in Consiglio, il piano è stato oggetto di una sfilza di emendamenti tesi a scartare dal calcolo una gran quantità di categorie di detriti, ed è arrivato a consentire rese in blocchi addirittura inferiori al 10%. È mera dietrologia pensare che le pressioni siano pervenute dagli industriali del marmo?».

Scrivono così dall'associazione nella loro replica a COnfindustria e e continuano: «Siamo proprio sicuri che i cittadini accettino riconoscenti l’esistenza di cave che distruggono un ecosistema per ridurne oltre il 90% a detriti?». E allora prima della proposta verso Confindustria, si chiude sul nodo ravaneti.

«L’asportazione dei vecchi si traduce nel prelievo delle scaglie, abbandonando in loco terre e marmettola: in tal modo si incrementano l’instabilità dei ravaneti e l’inquinamento di fiumi e sorgenti; i vecchi ravaneti hanno bisogno dell’intervento opposto: asportazione delle terre, lasciando sul posto le scaglie, da risistemare in "ravaneti-spugna" per ridurre il rischio alluvionale; allo stesso fine, anche una parte delle scaglie prodotte dall’attività corrente di cava dovrebbe essere lasciata sul posto e sistemata in ravaneti-spugna».

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