Il Tirreno

il dibattito sul fine vita 

«Sentenza del caso Trentini, una spinta per avere la legge»

«Sentenza del caso Trentini, una spinta per avere la legge»

Dopo l’assoluzione di Welby e Cappato interviene Carlo Troilo (Ass. Luca Coscioni): «Non si può più negare che per certi malati le terapie rappresentano sostegni vitali»

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Massa. Ormai assolti Marco Cappato e Mina Welby dal tribunale di Massa, dov’erano imputati per il reato di istigazione al suicidio, ma la sentenza emessa dal presidente della corte d’Assise Ermanno De Mattia è destinata a segnare una svolta nel dibattito sul fine vita. A intervenire sul tema è Carlo Troilo, giornalista e membro dell’associazione Luca Coscioni. « La sentenza del Tribunale di Massa che ha assolto Mina Welby e Marco Cappato per aver aiutato Davide Trentini a morire in Svizzera è un evento estremamente positivo che conferma la possibilità di battersi con fermezza e con successo – fin dalla ripresa autunnale dei lavori del Parlamento – per la discussione e l’approvazione della legalizzazione della eutanasia, cui è favorevole – secondo un recente rapporto dell’Eurispes – il 75,2 degli italiani», esordisce Troilo.

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Troilo ricorda il ruolo decisivo giocato nell’assoluzione di lunedì dalla «decisione del Tribunale di Milano di assolvere Cappato per la vicenda del Dd Fabo e la successiva sentenza della Corte Costituzionale che ha depenalizzato l’aiuto al suicidio qualora si tratti di persona “tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Nel caso di Trentini non erano applicati i “sostegni vitali” se si intendono come tali solo la alimentazione o la idratazione artificiali, ma evidentemente i giudici di Massa hanno ritenuto che sussistessero tutte le altre condizioni cui la Suprema Corte fa riferimento, specie dopo la relazione svolta dal dottor Mario Riccio, l’anestesista di Piergiorgio Welby, sulle condizioni di Trentini: una pagina di vero orrore».

Proprio alla relazione del medico, ascoltato come consulente della difesa, si rifà Troilo. «Trentini soffriva di sclerosi multipla dal 1993 ed era ormai ridotto nelle condizioni più miserevoli e umilianti che si possano immaginare per un essere umano. I sintomi più frequenti della malattia – ha spiegato Riccio – sono, oltre alla progressiva paralisi muscolare, spasmi e dolori generalizzati, accompagnati dalla comparsa di una sorta di scosse elettriche lungo il decorso dei nervi, causata dalla perdita della loro guaina. Negli anni, Trentini aveva sviluppato un grave stato ipertensivo che lo rendeva dipendente da un potente farmaco antipertensivo (Carvedilolo). Inoltre, seguiva costantemente una terapia del dolore che prevede fra l’altro “il farmaco Fentanil”, cento volte più potente della morfina . Dopo una rovinosa caduta (frequente in questa malattia) e la rottura di alcune costole, Trentini era costretto in un letto di tipo ortopedico ospedaliero. In conclusione – ha spiegato il dottor Riccio ai giudici di Massa - la sopravvivenza di Davide Trentini dipendeva da un sottile equilibrio nel dosaggio dei farmaci: una riduzione avrebbe determinato una condizione di sofferenza e di scompenso cardiaco che ne avrebbe accelerato il decorso clinico fino alla morte; così come un incremento – in particolare della componente antalgica (Fentanil) - ne avrebbe causato il decesso in tempi brevi se non immediati. Di conseguenza, era impossibile ridurre le sue sofferenze.

«Era dunque più che comprensibile il suo desiderio dimorire. In Italia ogni anno, per l’impossibilità di ottenere l’eutanasia, ricorrono da 700 a 1000 malati, almeno tanti quanti i morti sul lavoro (dati Istat). Fra loro, mio fratello Michele, malato terminale di leucemia, che nel 2004 - non trovando un medico disposto ad aiutarlo a morire con dignità – scelse di suicidarsi gettandosi dal quarto piano. Prima che giuridico, il problema appare di umanità e di buon senso: come si può negare che un malato come Trentini sia tenuto in vita da “trattamenti di sostegno vitale”, quando la sua possibilità di sopravvivere è legata in modo totale alle più diverse e pesanti terapie? Primo Levi intitolò il suo libro su Auschwitz “Se questo è un uomo”. Era ancora “un uomo” Davide Trentini?», conclude Troilo.

A ricordare Trentini c’è anche una comunicazione ufficiale dell’associazione Luca Coscioni che sottolinea l’importanza del suo gesto di resistenza civile. «Ciao Davide. Da oggi il Parlamento ha un ruolo ancora più importante: fare in modo che gli italiani possano essere liberi nelle loro scelte, con una legge che legalizzi tutte le scelte di fine vita. Al momento nonostante due sollecitazioni da parte della Corte costituzionale, nessun Gruppo parlamentare finora ha mai voluto che fosse messa in discussione la legge di iniziativa popolare che l’Associazione Luca Coscioni ha depositato 7 anni fa», scrivono.
 

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