Il Tirreno

il colloquio con gli ultimi due curatori 

Biennale, Poli e Cavallucci: Carrara valorizzi le sue specificità

Francesca Vatteroni

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Carrara

Promozione pubblicitaria, passeggiate tra le cave invitando personaggi di spicco di cultura e arte, documentari, strutture adeguatamente spaziose usando anche cave e luoghi dismessi, educazione all’arte contemporanea, continuità nelle iniziative, valorizzazione della propria unicità. Le potenzialità e gli ingredienti a Carrara ci sono e la ricetta la illustrano Francesco Poli e Fabio Cavallucci, i due deus ex machina delle ultime due edizione della Biennale di Scultura di Carrara. Già professore di Storia dell'arte contemporanea dell'Accademia di Belle Arti di Brera, professore della Sorbona e dell'Università degli Studi di Torino con una cattedra di Arte e Comunicazione, Poli, e storico dell'arte e curatore d'arte italiano tra i più apprezzati, Cavallucci: i professori in collegamento streaming, dopo il precedente incontro che sempre l’associazione Votre aveva organizzato con Giovanna Bernardini e Andrea Zanetti (gli ultimi assessori alla cultura durante le ultime Biennali) hanno aiutato a trovare il bandolo della matassa per individuare la strada che riporti a casa la Biennale di Scultura.

Li introduce il direttore di Finestre sull’Arte, Federico Giannini raccontando le loro Biennali: ”L’edizione del 2008 di Francesco Poli-commenta Giannini- fu incentrata sulla scultura espressiva, su come il linguaggio della tradizione possa essere innovativo, come quindi la scultura possa offrire risposte alle istanze della contemporaneità, mentre nel 2010 Fabio Cavallucci-ha proseguito sintetizzando il pensiero che il curatore mise dietro l’allestimento dell’ultima edizione della Biennale- sviluppò il ragionamento, diventato 10 anni più tardi così attuale, sul monumento: se serve e come sia legato al concetto delle rovine e dei luoghi dismessi”.

Edizioni di grande presa internazionale ma che a Carrara riscossero poco successo tra il pubblico: per quale motivo? Domanda su cui i due curatori, portando la loro esperienza diretta, hanno trovato due binari di risposte: ”Fu un progetto di respiro internazionale-ha ricordato Poli- ma non ci furono aperture verso l’esterno, non ci fu un messaggio di promozione di immagine: io non vidi un cartello di indicazione all’epoca”.

“A Carrara-si è accodato Cavallucci- il concetto di arte è un concetto legato alla materia, alla scultura, alla tradizione ma l’arte contemporanea è in gran parte concettuale, esce dall’artigianato: io lasciai gli artisti completamente liberi e questo produsse una serie di critiche, ma la libertà è il principio fondante dell’operatività nell’arte e l’arte contemporanea è un linguaggio da imparare, è necessario almeno l'abc. Io-ha ricordato sempre Cavallucci- feci di tutto per ampliare la conoscenza tra il pubblico, con numerosi incontri con gli artisti e l’amministrazione fece un lavoro enorme nelle scuole con i ragazzini”. I due curatori vorrebbero vedere una Carrara orientata verso una costruzione di immagine investendo nell’arte, senza l’ossessivo focalizzarsi sul materiale “affinché il marmo diventi modo di espressione per costruire una diversa realtà culturale” sottolinea Poli. Ma per realizzarlo è necessaria, aggiunge Cavallucci, “una lungimiranza politica, una scommessa a lungo termine. Pensate alla Biennale di Venezia o al Festival di Spoleto: fondazioni, giornali, pensiero delle persone, sono riusciti a trovare un percorso. A Carrara è mancato: è difficile fare un lavoro di grande qualità senza strutture spaziose come l’Arsenale di Venezia”. E allora quale modello usare come riferimento? Pietrasanta? Matera? Ferrara? L’unico modello possibile sembra proprio essere, a detta dei due curatori, il modello Carrara, che valorizzi la propria specificità con il recupero di spazi dismessi a cominciare dalle cave, come fecero i veneziani con il capannone dell’Arsenale e riaffermare la presenza del marmo nel centro storico, per creare nel tempo, un immaginario diverso e vitale.Francesca Vatteroni

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