La protesta
Lauretta era a Vinca: «Uccisero una bimba come fosse un piccione»
fivizzano
Giovedì scorso tra gli ospiti di “La scelta”, il programma su Rai3 di Gad Lerner dedicato ai partigiani, c’è stata Lauretta Federici, 83 anni, sopravvissuta alla strage di Vinca, borgo della Lunigiana nel comune di Fivizzano dove la mattina del 14 agosto 1944 salì una colonna di SS guidata da Walter Reder. Il paese fu dato alle fiamme e alla fine si contarono 173 morti. Lauretta viveva lì, all’epoca aveva solo sette anni.
«Ricordo il primo giorno che siamo scappati – racconta a Lerner – quella signora che disse a mia mamma: Giovanna, scappa perché vengono e ammazzano tutti. Vidi mia mamma che cambiò di colore subito. Ritornammo a casa e mia mamma prese quel poco che aveva preparato per mangiare. Erano i castagnacci, come di solito». Per scappare dove? «Nel bosco, dove non si sa. Per la fretta sono andata via a piedi nudi, senza zoccoli, ma la paura era più forte che le spine che m’entravano nei piedi». Al paese erano rimasti soltanto i vecchi e gli infermi. «Sì, e devo dire, le più belle ragazze che c’erano al paese, purtroppo. Tutti credevamo che venissero e portassero via gli uomini, come avevano sempre fatto. In cima al paese c’era un recinto che chiamavano il mandriòn, dove mettevano le pecore l’estate. Li hanno radunati tutti là dentro e dopo li hanno uccisi tutti, ma le ragazze prima di ucciderle, non si sa cosa abbiano fatto loro. Le sentivano urlare».
Non c’erano solo tedeschi tra i massacratori, anzi, al contrario: «Parlavano carrarino, si sentiva che erano di Carrara». Quindi i tedeschi erano guidati da fascisti italiani. Il giorno dopo la famiglia si ricongiunse col padre, e i cinque cercarono di raggiungere la cima della montagna per trovare rifugio in una grotta. Lì Lauretta assistette a una scena agghiacciante: «A metà del tragitto, i tedeschi erano arrivati subito lì sotto di noi, abbiamo dovuto fermarci in mezzo a un ravaneto. Per fortuna c’era un cespuglio abbastanza grande, ci siamo nascosti tutti e cinque e da lì ho visto una brutta cosa, veramente. Lì sotto c’era una capanna, i nazisti uccidevano tutto quello che vedevano muovere, ma lì in questa capanna c’erano delle ragazze, non so più se tre o quattro. Una aveva una bambina di due mesi in braccio. I soldati spingevano queste ragazze, le facevano cadere, le ritiravano su. Io pensavo che giocassero. Però a un certo punto ho visto che uno aveva il mitra in mano e l’altro ha strappato dalle braccia di una ragazza la bambina di due mesi, poi l’ha lanciata in aria e quello col mitra ha sparato alla bambina come fosse un piccione. Una cosa tremenda. Ero bambina, prima credevo giocassero, dopo ho capito cosa volesse dire la guerra e quello che facevano questi tedeschi», conclude Lauretta Federici. —
irene rubino
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