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“Quando usciremo di casa ci sarà paura”: le previsioni di un sociologo carrarese

daniela marzano
“Quando usciremo di casa ci sarà paura”: le previsioni di un sociologo carrarese

Nello studio condotto da Giacomo Zucchelli emerge una forte percezione di lontananza delle istituzioni e di tendenza alla chiusura

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massa carrara

Non servivano i lunghi dibattiti in televisione e le lunghe chat sui social per darci una idea dell’incertezza in cui tutto il mondo sta vivendo a causa dell’evoluzione del contagio da Covid e dello scenario economico di fine lockdown. Giacomo Zucchelli, carrarese, laureato in sociologia, si occupa da 15 anni di formazione professionale ed è titolare di una agenzia formativa che si occupa principalmente di orientamento alle imprese e alle persone, benessere aziendale, sviluppo economico legato alle relazioni sociali. In pratica quelle competenze trasversali personali che in linguaggio tecnico vengono chiamate "soft skills".

In periodo di isolamento, è venuto naturale per lui porsi qualche domanda su come le persone stessero vivendo l’emergenza Coronavirus ed ha portato avanti uno studio sociale che ha coinvolto un campione di 192 persone, indagando sulla loro percezione del futuro, sui loro punti di riferimento ai quali aggrapparsi psicologicamente, sulle loro più grandi rinunce e sulle speranze e sulle paure che provavano. In circa 3 settimane, con l’aiuto di sua sorella Maddalena, ricercatrice, hanno somministrato un questionario, formato essenzialmente da quesiti a risposta aperta, procedendo poi a suddividere le risposte date in macro-categorie. Il campione ovviamente non è stato esaustivo, ma al termine dell’analisi delle risposte, i trend registrati hanno coinciso perfettamente con quelli di ricerche a più ampio spettro come quelle realizzate dal sociologo Andrea Fontana insieme a gruppo operativo di Future of Italy, che hanno coinvolto invece migliaia di persone.

«Abbiamo cercato un target più variegato possibile – racconta Zucchelli – sia dal punto di vista dell’età (dai 16 agli over 70, con maggioranza concentrata nella fascia tra 30-50 e poi 18-20), del titolo di studio (35% di diplomati, 35% di laureati e i restanti con licenza elementare tra i quali sono rientrati ovviamente gli studenti), della tipologia di contratto lavoro svolto e del luogo di residenza (un centinaio ha riguardato Massa Carrara, ma poi il resto ha toccato Toscana, Lombardia, Piemonte e anche 5 risposte dall’estero)».

Lo studio è disponibile su Amazon (gratuito in formato Kindle) dal titolo “E domani?: Cosa accadrà quando usciremo di casa?". «Dalla ricerca è emersa una comunità molto chiusa, che fa molto affidamento ad un clan fatto di affetti vicini (relazione uniche tra compagni, coniugi, figli e genitori) e di amici. Le istituzioni vengono viste molto lontane da parte di tutti, meno che per gli studenti che denunciano una forte mancanza della scuola, delle relazioni con gli amici e del contatto in presenza con i professori. È esclusa anche per loro una vicinanza alle istituzioni dal punto di vista politico. Per quanto riguarda le paure un po’ si differenziano tra gli autonomi o chi ha un lavoro occasionale (che ovviamente teme per il futuro del proprio lavoro) e chi invece ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato e ha paura piuttosto dell’economia globale, del potere di acquisto, della eventuale chiusura di fabbriche. Francamente mi aspettavo il risultato di un società in movimento, ma l’ho trovata immobilizzata dalla paura, che non sa come far fronte a questo nemico invisibile che è il virus, che sa di chiudersi in casa ma non sa nulla del dopo». Zucchelli è ora impegnato, allargando il gruppo di persone interessate alla ricerca, ad altri aspetti di cui si è parlato molto attualmente, come quello del rapporto con le tecnologie. —

daniela marzano

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