Il Tirreno

Pontremoli, parla lo chef Alessandro Cresta: «A Madrid clima surreale, io me ne torno in Italia»

cristiano borghini
Pontremoli, parla lo chef Alessandro Cresta: «A Madrid clima surreale, io me ne torno in Italia»

Per colpa del coronavirus, Cresta ha dovuto chiudere l’attività di servizi gastronomici: «Lo stato non tiene testa alle difficoltà economiche»

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PONTREMOLI. La Spagna sta affrontando, come l’Italia, l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, con oltre 182mila casi accertati e più di 19mila morti. Abbiamo contattato lo chef Alessandro Cresta, originario di Gravagna, frazione montana del comune di Pontremoli, che da oltre 16 anni vive e lavora in Spagna, in particolar modo nella sua capitale, Madrid, e che negli ultimi sette anni è diventato un piccolo imprenditore, portando avanti la sua idea di cucina fusion, fondendo la tradizione gastronomica italiana con quella iberica, tra street food ed eventi sul suolo spagnolo.

Per anni è stato testimonial di un prodotto d'eccellenza lunigianese, il testarolo, consentendo di farlo conoscere ed apprezzare in Spagna, facendo rimanere affascinati i gourmet spagnoli, non solo per le sue proprietà organolettiche, ma soprattutto per le sue origini. Anche la Spagna è in lockdown. Tutti in quarantena all'interno delle proprie abitazioni.

Che aria si respira? «Qui a Madrid, ricordo che era un venerdì, ero da un amico nel suo ristorante e venne la polizia con ordine di chiudere. Da lì, nel giro di in un fine settimana, si decretò la quarantena. Anche se l'Italia viveva già il suo dramma, la Spagna si trovò comunque impreparata. Ora sono 32 giorni, la città è così grande che non ci si rende conto se tutti stiano in casa o meno. Comunque lo stato di polizia è ferreo, per ora sembra che si tutti rispettino le disposizioni. Intanto in casa si vive tra alti e bassi, c’è molta preoccupazione per il dopo clausura, nel frattempo tra cose da fare, approfittando di un tempo che di solito non c'è, il tempo passa». C'erano state delle avvisaglie del virus? Si poteva intervenire prima? «Dall'Italia è arrivato un quadro drammatico, ma chiaramente essendo la Spagna un paese che vive al 60% di bar, ristorazione e turismo, si è cercato di far finta di niente fino all'ultimo e questo ha fatto scatenare lo stato d'emergenza».

Qual è l'impatto di questa epidemia sull'economia locale? Ne hai risentito anche tu? «L'impatto è stato tragico. Madrid ha un bar ogni dieci metri, tutti piccoli negozi, tutti chiusi. Le isole, Baleari e Canarie, sono in ginocchio pensando che gli hotel e i voli riprenderanno a luglio. In pratica una stagione perduta. Io ho una piccola azienda di servizi gastronomici, che lavora con istituzioni italiane e slovene in Spagna e per eventi tipo macro-festival (Mad Cool, Soñar, Tomorrowland), visto la sospensione di eventi pubblici mi sono trovato costretto a chiudere l'attività dopo 7 anni da piccolo imprenditore».

I madrileni sono spaventati? Come affrontano la quarantena? «Madrid è l'epicentro visti i 6 milioni di abitanti, che ricomprendono non solo la città ma tutta la provincia madrilena - continua Alessandro Cresta - la gente vive come in un universo parallelo, anche perché lo Stato fa fatica a tenere testa al grande buco economico su tutti i fronti: liberi professionisti, ristoratori, organizzatori di eventi, con le conseguenti casse integrazioni dei lavoratori».

Dopo questa esperienza tornerai in Lunigiana o continuerai il tuo percorso lavorativo a Madrid? Così conclude lo chef originario di Pontremoli: «Dopo 16 anni, torno in Italia. Sembra uno scherzo, ma sento il bisogno di tornare alle origini, vicino alla mia famiglia, agli amici di sempre e sicuramente almeno tre mesi l’anno nella mia Gravagna San Rocco non me li toglie nessuno, nemmeno il Covid. Se torna la normalità tornerò a Madrid per lavoro, ma solo per i grandi eventi». 
 

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