Il Tirreno

Il nostro Julio, creativo anche in cucina che di notte partoriva i suoi capolavori

di Mimma e Chicco Uzzo
Il nostro Julio, creativo anche in cucina che di notte partoriva i suoi capolavori

Il ricordo degli amici Mimma e Chicco Uzzo 

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Maria Grazia e Federico Uzzo, amici da molti anni del grande artista, hanno scritto questo ricordo di Julio Silva.

di Mimma

e Chicco Uzzo

“Fabuloso”, con un leggero sconfinamento in bilabiale della lettera “v”, come pronuncerebbe ogni ispanofono che si rispetti. “Fabuloso”, per Julio, era il ricordo del sapore delle cozze profumate di aghi di pino, “fabulosa” la gratitudine per un aiuto su una scocciatura tecnologica, “fabulosa” l’eco di un aneddoto che lo faceva ridere all’ennesima replica, tra gli amici che amava intrattenere. Che non fosse un uomo ordinario, l’abbiamo intuito da subito, quella sera d’estate dell’83.

“Devo farvi conoscere un grande personaggio”, annunciò l’amico Fabio Menconi invitandoci a cena nel giardino di casa sua. Erano gli ultimi mesi di attesa di nostro figlio, Emanuele, ma non fu per quella suggestione di meraviglia che accompagna le gravidanze né per il fatto che si presentarono su una spettacolare Jaguar bianca MKII del ’60 che scorgemmo subito, in Julio e la moglie Catherine, qualcosa di interessante.

Qualche mese dopo, quella coppia venne a trovarci in casa – abitavamo al Castello, allora – e Julio portò come cadeau di nascita “per Manuelino” un quadro, anzi, un gioco disegnato e dipinto dentro un quadro. Fu solo il primo dei tanti doni artistici che Julio ci fece: mai Emanuele è andato via da casa di Julio senza un bozzetto, un disegno su carta di riso, una statuetta, mai. E quella cena ai piedi del Castello fu la prima di una lunga serie di cene, e viaggi e bicchieri di vino e risate e parole a comporre un’amicizia come strati di colore a dare senso a una tela.

Parigi ci affascinava e Julio ci trovava appartamenti in affitto per i nostri pur brevi, ma frequenti soggiorni; non più stanze di albergo, perché così si diventava abitanti della città e non turisti, si frequentavano i mercati, si cucinava in casa, si imparava il francese che non avevamo mai studiato: “Si abita una lingua, non una casa” ci ricordava spesso.

L’acquisto poi da parte nostra di un appartamento nella capitale francese, all’alba degli anni ‘90, ha dato ossigeno a una frequentazione sempre più assidua: vedevamo Julio e Catherine nei sei mesi che loro trascorrevano tra i castagni e le cave di Torano, e negli altri sei mesi a ospitarci c’era Parigi, dove Julio viveva in una casa atelier a Porte de Vanves che nei decenni si è fatta sempre più affollata di statue africane terribili e bellissime, l’ossessione da collezionista che lo ha accompagnato per tutta la vita.

Degli inverni parigini ricordiamo gli spettacoli teatrali, e poi il cenone di San Silvestro a base di astice, ostriche e champagne, anche se Julio in verità preferiva il prosecco. Delle estati toranesi, conquistate in auto da Parigi, chilometro dopo chilometro, rimane la luce delle candele provenire dalle damigiane in vetro per terra nel giardino della casa, rifugio di Julio dal ’79, dove si rincorrevano i giorni e le notti: pressoché da sempre insonne, Julio si alzava nel cuore della notte e partoriva mondi fantastici a colpi di pennello, attore di quel “teatro dei sogni” di cui parlava il suo amico poeta Saúl Yurkiévich riferendosi ai suoi quadri. Argentino come lui, e come l’altro Julio – Cortázar – a cui Silva è stato legatissimo, Yurkiévich era uno degli intellettuali che animava le serate apuane, nella casa affondata nella roccia da un lato e lambita dal “Pizzutello” dall’altro, con il tetto di vetro sulle strade marmifere: quando il tavolo in giardino non bastava più, blocchi di graniti e marmo come sgabelli sotto all’albero di cachi ospitavano lo scultore dominicano Teddy Casamayor e Susan Loewenherz, scultrice americana e moglie di Paolo Grassi, uno dei soci fondatori della Sgf.

Grande amico di Mario Guelfi ed estimatore del suo Ristorante Ciccio a Bocca di Magra, che non mancava mai di frequentare nelle estati italiane o in occasione del compleanno di Catherine, Julio, creativo anche in cucina, amava preparare per i suoi commensali pietanze internazionali, cous cous royale, tabulé e gigot, mentre in tavola campeggiavano, oltre all’irrinunciabile parmigiano, fantasiosi centritavola realizzati con rami raccolti lungo l’argine del fiume da Catherine.

Terza moglie, vent’anni di differenza e uno splendido chignon basso (oggi) color della luna, Catherine sembra uscita da un quadro del marito. Originaria di Nancy, ha visto avverarsi il suo sogno mediterraneo con una casa a Mylos dove andavano anche se Julio non amava il mare ma lo faceva per lei, la sua “Cathy”, che è stata musa e compagna di un uomo geniale e difficile, amato follemente fino all’ultimo.

Julio lascia tre figli, Alexis in Svizzera, Stella a Parigi e Olivier in Giappone, ma molti altri figli - “i miei quadri, le statue, l’arte” - ripeteva, nelle case e nei musei, in giro per il mondo.

Grande viaggiatore, Julio si era innamorato della Sicilia, quando ci siamo stati insieme, nel 2005, e ogni anno festeggiava il compleanno con gli amici più cari, in un luogo sempre diverso: due anni fa, lo aspettavamo a Napoli, ma all’ultimo è stato male. Lo scorso gennaio, per il suo 90esimo compleanno, avremmo dovuto essere a Marrakech, ma Julio era già ricoverato.

Del tutto privo di supponenza e di pregiudizi borghesi, Julio poteva raccogliere un fiore e metterlo tra i capelli di un’amica, acquistare a ogni viaggio in Italia decine di scarpe dai colori sgargianti per indossarle con le camicie di lino di Liberty a Londra, pantaloni ampi e i cappelli panama provenienti dall’America latina: Julio sembrava non provenire da nessuna parte, o al contrario essere reduce da un “giro del giorno in ottanta mondi”. Improvvisamente poteva ballare il tango in mezzo a una strada di Parigi, ma quando aveva sonno Julio andava a letto, chiunque vi fosse, perché per lui le notti erano sempre brevi. Anche a Torano, “là dove comincia la Toscana”, scriveva Julio nel ’94, dopo una notte insonne di pittura, “arriva il mattino, il forno del panificio profuma il villaggio del suo pane, il gallo dell’olfatto risveglia i dormienti”.



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