Gioco
«Il crollo dovuto all’erosione delle pile Controlli e manutenzione fondamentali»
Secondo il professore d’ingegneria strutturale Croce non bisogna cercare ipotesi fantasiose: «Monitoraggio è complesso»
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Manca ancora un parere tecnico ufficiale sul crollo del ponte di Albiano Magra e la magistratura ha cominciato a indagare da pochi giorni con le prime ispezioni sul posto. E mentre in giro si sentono le ipotesi più disparate – il vento, scosse di terremoto, carichi e difetti progettuali - chi di ponti è decisamente esperto ha messo da parte la fantasia e cominciato a ragionare sulla base delle prime evidenze fattuali. Il professore Pietro Croce, ordinario di ingegneria strutturale e di bridge design all’Università di Pisa, membro della commissione tecnica sul ponte Morandi a Genova, ha cominciato a farsi «un’idea chiara di cosa sia successo». Con l’ausilio di un disegno ha provato a spiegare, armandosi pazientemente di diretta whastapp per illustrare graficamente a chi di strutture è digiuno cosa verosimilmente sia accaduto mercoledì ad Albiano.
Professore, un ponte può crollare senza dare nessun segnale? Qualcosa è stato trascurato negli ultimi due anni?
«Sui segnali preferisco non rispondere, per avere un’idea bisogna studiare le carte e vedere cosa è stato fatto. In linea generale dico: I ponti ad arco in genere vanno in crisi per lo scalzamento delle pile. Quello che succede spesso è che si verifica un’erosione della fondazione della pila e se questa non viene rilevata oppure non s’interviene allora si determina il collasso».
In questo caso a cosa sarebbe dovuta l’erosione?
«Il cedimento della pila è dovuto al fatto che dal fiume è stata verosimilmente erosa parte del terreno. Il terreno in prossimità della fondazione della pila viene asportato in maniera non simmetrica, cosicché la pila può subire non solo cedimenti verticali, ma anche rotazioni. A causa di questi cedimenti, le spinte degli archi non sono più equilibrate e cambia il regime statico degli archi. Naturalmente, finché il fenomeno è limitato la struttura è ancora in grado di farvi fronte, ma se il fenomeno è particolarmente pronunciato allora la struttura va in crisi, con un meccanismo classico che interessa i due archi che scaricano sulla pila: uno di due si abbassa e l’altro si solleva. Una volta innescato il collasso, le spinte squilibrate degli altri archi mandano in crisi l’intero sistema».
E l’erosione della fondazione della pila è qualcosa che può essere sottoposta a controlli o è imprevedibile?
«Certamente è una delle cose che sono da ispezionare. Essendo fiume a regime torrentizio, il Magra, ha un alveo molto ampio: ovviamente, la parte d’alveo normalmente in secca è più facilmente ispezionabile di quanto non sia quella interessata dall’alveo di magra».
L’erosione si verifica dall’oggi al domani?
«Può essere un fenomeno abbastanza rapido o abbastanza lento. Dire quanto tempo dura è abbastanza difficile. Sono fenomeni che non hanno velocità costante: se non vengono identificati e non vi si pone rimedio possono diventare irreversibili».
Molti cittadini, nei mesi prima del crollo, avevano segnalato come passando sul ponte “si ballasse”. Un segnale sottovalutato?
«Il ponte, almeno a vederlo in foto, era abbastanza snello. Il fatto che ci sentissero delle vibrazioni non è di per sé un indice di problemi di carattere strutturale. Dipende da dove e quando vengono avvertite».
Poi c’è la pletora di altre ipotesi: terremoto, vento, difetti nel progetto e nella costruzione…
«Ricostruire il meccanismo è abbastanza semplice, senza andare a scomodare cose strane. Non si può dare la colpa al traffico di sicuro, dato che è crollato in un momento in cui non c’era traffico o quasi. Su questo faccio un esempio: quando crollò il ponte Morandi , indipendentemente da responsabilità e cause che lo hanno determinato, era evidente fin da subito che la causa fosse la rottura dello strallo. Poi si è ipotizzato di tutto, con ricostruzioni assolutamente fantasiose: il super tir, l’esplosione e altre ipotesi strane».
Nel caso di Albiano si è detto che i vetrini, che avrebbero dovuto monitorare il ponte, non abbiamo funzionato. Che succede in questi casi?
«Non so con che tipo di strumentazione fosse monitorato: ma se si trattava effettivamente di vetrini, posso affermare che servono a poco o a niente. Se sono strumenti più sofisticati qualche segno invece lo danno. Il problema del monitoraggio è che innanzitutto va mirato: bisogna sapere cosa si misura e a che fine. D’altra parte i segnali della strumentazione debbono essere interpretati e discussi in tempo reale, il che richiede uno sforzo del personale e competenze elevatissime».
Dunque si ritorna al punto di partenza: la manutenzione che manca…
«Se sia mancata non posso dirlo io, sarà la magistratura a farlo. Il problema è che sono strutture che comunque richiedono manutenzione e la manutenzione deve essere calibrata, in funzione di ciò che si vede. C’è la manutenzione ordinaria e quella straordinaria. La prima dovrebbe servire a dilatare i tempi della seconda».
Dal punto di vista tecnico è difficile accertare eventuali responsabilità?
«La catena è molto complessa. Direi che dipende molto da come si procede e con quale affidabilità vengono approfonditi alcuni aspetti tecnici». —
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