Il Tirreno

«Adesso ci sentiamo soli e smarriti, ma la speranza ci farà rinascere»

Luca Barbieri
«Adesso ci sentiamo soli e smarriti, ma la speranza ci farà rinascere»

Il messaggio di don Ezio Gigli, il parroco della Marina vecchia «La piazza vuota domenica sarà dura da metabolizzare»

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Luca Barbieri / carrara

«Sarà una lezione di vita per il futuro, ma la nostra piazza vuota domenica sarà una cosa dura da metabolizzare». In tanti anni nella sua lunga esperienza di parroco, don Ezio Gigli della Sacra Famiglia di Marina di Carrara ne ha viste, a partire da un paio di alluvioni in pochi anni. «Quella del 2014 ha lasciato un segno nella comunità, ma questa cosa non ha precedenti», ammette prontamente.

Don Ezio Gigli, quando ha sentito il termine “zona rossa” cosa ha pensato?

«Sì, è vero, un termine che a Marina di Carrara conosciamo bene. Ma l'alluvione è un atto che si svolge con modalità e durata completamente differenti. Ne sappiamo qualcosa. Soprattutto la seconda del novembre 2014 ci ha lasciato in eredità la paura. Una tensione con cui convivere ormai ogni volta quando piove, pronti ad alzare subito le paratie delle abitazioni. Qui è diverso, a partire dalla mancanza del contatto, dei rapporti sociali».

Come sta affrontando la sua comunità l'emergenza Covid-19?

«Penso sia normale avvertire un momento di smarrimento, le persone non hanno punti di riferimento sicuri, precisi, in questa situazione. C'è un'incertezza a tutti i livelli che si riflette nella popolazione che sente le difficoltà di stare a casa, ma anche quelle di stare lontani. E poi ci sarà la difficoltà del “dopo”. Qualcuno è già venuto a bussare alla nostra porta, perché non tutti sono nelle condizioni per affrontare il momento e noi aiutiamo per come possiamo, anche perché non sono poche queste persone. Poi c'è da considerare chi non ha neppure una casa; parliamo di una minoranza, però è una realtà difficile».

Com'è cambiata l'attività parrocchiale?

«Eravamo impreparati a una cosa del genere, molti di noi sanno però usare la tecnologia, a partire dai messaggi WhatsApp. Tutte le settimane mando i messaggi per la domenica. Adesso mi sono promesso di chiamare tutti i fedeli della mia comunità, giorno dopo giorno. È un modo per stare insieme, per ritrovarsi, ma sinceramente mi manca l'interfaccia, il contatto fisico-visivo, i momenti della celebrazione. Questa pandemia che ci ha colpiti ci darà delle risorse nuove, facciamone tesoro però. Passato questo momento, dobbiamo elaborare e poi ragionare sulle prospettive. Penso nello specifico all'utilizzo della tecnologia come mezzo su cui ragionare e a cui adeguarci».

C'è un'immagine simbolo che le resterà?

«La piazza deserta di questi giorni senz'altro. Una piazza sempre piena di voci e di persone. Per le festività mi ritroverò in chiesa con un paio di persone, so che il mio popolo c'è, ma ero abituato alla festa in piazza... È una grande tristezza che mi entra nel cuore, sarà difficile da metabolizzare. Provo allo stesso tempo una sensazione particolare, difficile da esprimere, un'unione ai martiri, a chi non ha potuto celebrare la Pasqua, penso nelle guerre e nelle persecuzioni. Ecco apprezzeremo di più e meglio quello che davamo per scontato prima».

E come ne usciremo?

«In questo senso voglio dare un messaggio di positività. Una volta superata l'emergenza per noi tutto sarà una conquista. Certo, sento i miei fedeli impauriti dal presente, ma sono pieni di speranze, quelle del domani. Sento che c'è speranza, vivono con un po' di angoscia, ci manca la vita di prima, ma la voglia di ripartire è tanta e sarà una lezione di vita da imparare e tenere bene a mente per il futuro». —

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