Sicurezza
Il parroco del duomo di Carrara don Raffaello: «Dobbiamo volerci bene e non diventare nemici»
Don Piagentini ha 82 anni e per la comunità cittadina è un’autentica colonna
Carrara. Don Raffello Piagentini risponde al telefono dal balcone della canonica, accanto al Duomo di Sant’Andrea, la cattedrale di Carrara. Accanto alla seggiola ha tre libri: «Leggo la peste di Ticidide, ma non in greco e che! Poi il Decameron e i Promessi sposi. Il morbo, questo mostro, lo ritrovo nei classici, lo leggo nelle parole dei grandi autori».
Don Raffaello è l’uomo simbolo del Duomo, e di Carrara. Ha 82 anni e nella vita ne ha viste tante. Tante ne ha dovute affrontare. Da ultimo quel mostro di fuoco che, a Viareggio gli ha portato via i nipotini di 5 e due anni, inghiottiti dalle fiamme insieme alla mamma.
«Mio nipote Marco con questo sole non potrà mai più uscire, per tutto il resto della cita. Lui con la quarantena ci convive ormai da quando è uscito dall’ospedale, dopo tutti quegli interventi: nemmeno col tempo nuvolo può andare in giro. Soltanto la sera».
La chiacchierata con don Piagentini comincia proprio da qui, dalla strage di Viareggio che gli ha portato via parte della sua famiglia.
«Dopo 10 anni e mezzo ancora nessuno ha fatot un’ora di galera - sbotta - La giustizia umana non esiste. Ho seguito il processo come parente prossimo, i nostri avvocati hanno avuto la certezza che invece che scartabellare la vernice coprivano il vecchio col nuovo, e buonanotte al secchio. La famiglia di mo nipote è stata massacrata, lui è agli arresti domiciliari 360 giorni l’anno. Non potrà mai godere di una giornata di primavera».
Adesso per don Raffaello una nuova prova, la più difficile, quella di una pandemia che lo fa stare lontano dall’altra sua famiglia, quella dei parrocchiani, dei vecchi e dei malati che, prima del coronavirus andava a trovare ogni giorno.
«Io credo che bisogna cercare sempre e prima di tutto di non perdere il buon senso - dice - Non mi va giù che tutto l’elenco dei morti siano vittime del virus, ci saranno anche altre patologie, se sono vecchi, come me, o ragazzi miei, si muore eh!»
Sulla pandemia poi aggiunge.
«Non penso, come dice Dante, che si possa prende a gabbo questa situazione - continua - però dovremmo cercare di non diventare nemici l’uno con l’altro. Non dobbiamo diventare “homo homini lupus”. Già il morbo in sè è mostruoso, non ci fa tenere mano nella mano nei momenti difficili, in quelli della malattia. E il rischio è proprio quello di fare come i capponi del buon Renzo Tramaglino che, tenuti per le zampe, finiscono per beccarsi fra di loro».
Don Raffaello pensa ai bambini che sono a casa. E un pensiero è tutto per lui.
«I bambini hanno bisogno di essere confortati - spiega - Alle mamme e ai papà dico di mettere loro in mano un bel libro, un classico come “Cuore” di De Amicis e “Pinocchio”».
«Mi mancano i miei bambini tutti attorno all’altare - continua - Mi sento un prete orbo, schiantato, non posso andare dai miei ammalati, non posso abbracciare le persone un difficoltà» sottolinea il don.
La chiacchierata si conclude con un pensiero che, meglio di mille parole esprime la grandezza di questo parroco così minuto ma con così tanto carattere.
«Io sono vecchietto, se dovesse succedere il peggio è giusto che mi buttino allo sfascino e che il mio posto in terapia intensiva lo lascino a un giovanotto. Ma questo non lo scriva, sono solo un prete bischero, non voglio mica fare l’eroe!» —
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