Il Tirreno

storie al tempo della pandemia 

«Leggo il giornale a Renato poi scrivo la mia biografia»

Manuela D’Angelo
«Leggo il giornale a Renato poi scrivo la mia biografia»

Anna Ramagini ha la terza elementare, recita poesie, ha vissuto una vita intensa Nei suoi ricordi anche le confessioni proibite: torneremo liberi e senza maschera

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Sono le nove di mattina, a casa di Anna, nella penombra di giornate tutte uguali, mentre fuori ci si ammala per un nuovo virus “con la corona” suonano alla porta. I giovani del bar della strada, che adesso è chiuso per la sicurezza dei cittadini, le hanno portato il Tirreno. Ormai lo fanno da due settimane. Anna rientra in cucina, dove suo marito Renato l’aspetta per la colazione e per leggere il giornale. Lei è la signora Anna Ramagini, ha 83 anni, vissuti intensamente e tanti ricordi, alcuni atroci, altri bellissimi che adesso vuole scrivere in un libro. «Nessuno lo avrebbe mai pensato– racconta– Io ho la terza media. A mia madre non interessava che studiassi. Ho dovuto fare da sola. Ho iniziato a scrivere poesie, prima solo in dialetto, poi le trascrivevo in italiano».

Il marito Renato non vede più molto bene, e cammina a fatica: Anna si prende cura di lui da tanti anni, del suo corpo e del suo spirito. «La mattina, crollasse il mondo, ci laviamo, ci vestiamo, come se dovessimo uscire, poi facciamo colazione e io gli leggo il Tirreno. Il nostro giornale da sempre. Dobbiamo rimanere informati su questo virus che porta la corona. Poi preparo da mangiare; i ragazzi del volontariato mi portano la spesa una volta a settimana. Ieri volevo lasciargli 20 euro di mancia ma non hanno voluto un soldo. Il pomeriggio leggo a mio marito le poesie di Totò e Trilussa e qualche capitolo del mio libro. Sono contenta perché mi dice “con te sto bene”. Ho sempre letto le mie poesie in dialetto, ma solo a lui: i miei figli mi prendevano un po’ in giro. In paese sono sempre stata la “contessa trista”». I giorni di quarantena forzata hanno imposto ad Anna Ramagini una riflessione sul suo passato, momenti, pennellate veloci che racconta come fossero flashback di un film: «A sei anni andavo “a servizio” nelle case di alcune signore, rifacevo i letti, lavavo le tazze, portavo la ghiaia, chi mi dava un chilo di farina, chi un litro di olio; a 12 facevo la sarta, cucivo le pezze, le sottane, i materassi e la domenica la signora comprava il gelato per la sua famiglia e anche io potevo mangiarlo; oppure mi davano un etto di caramelle, o cento lire per andare al cinema. Dopo il lavoro mi facevano restare a pranzo, sono sempre stata una mangiona. Mi ricordo ancora il sapore di quella minestra a fiocchi grandi che a casa mia non mangiavo mai. Erano tutti gentili. Tranne un giovanotto, che mi trattava come una serva e un giorno mi sputò in faccia a tavola. Io mi alzai e gli spaccai il piatto in testa, poi me ne andai fiera». «Il rapporto con mia madre è stato conflittuale, erano altri tempi; mi picchiava, anche senza motivo. Era severa, dura. Per questo mai le parlai di quelle strane confessioni, dal prete in paese. Non ho mai dimenticato: il don mi vedeva dalla grata, ero robusta, più alta delle mie coetanee, ma avevo solo 10 anni. Mi chiese se potevo descrivergli mia sorella nuda, se l’avevo mai vista mestruata, se sapevo come era fatto il mio pube. Io mi sentivo prendere fuoco dalla vergogna, non sapevo se la confessione fosse così e se dovevo rispondere. Non potevo dirlo a nessuno. Ho pensato di non aver avuto un’infanzia, mi sembrava di non essere felice. Ma forse lo sono stata. In fondo ci divertivamo con poco, il pallone fatto di stracci, la terra rossa degli uliveti, i mazzolini di fiori da chiudere sotto il vetro per fare dei quadri, pane burro e acciughe». Così ha conosciuto suo marito Renato Costa, giocando a palla in un cortile: lui, falegname, gran lavoratore, ascolta le favole di Anna tutti i giorni e sente dalla sua voce quelle notizie a volte drammatiche, di morti, ammalati, ospedali che traboccano, medici che non ce la fanno più. Ma Anna legge anche le pagine della cultura, le belle iniziative di solidarietà, le mete di viaggi futuri. «Mi mancano i miei anziani– dice Anna– andavo nelle case di riposo spessissimo a trovare i vecchietti e cantavamo, recitavamo. Sono un giullare. Tornerò a farli sorridere».

«Ho la terza elementare l’ho già detto? Ecco quello che so fare– racconta Anna recitando una delle sue poesie– lavare, stirare, cucire e rammendare e chissà se dopo questi tristi giorni farò la casalinga anche nell’Aldilà. A volte ho pensato che il Padre Eterno fosse un po’ maschilista». Così Anna, che ha già scritto un libro di poesie in dialetto e uno intitolato “La mia guerra” reagisce ai divieti e alle ristrettezze della pandemia. Lei che ha vissuto la guerra e il dopoguerra: «Un giorno, presto o tardi, usciremo di nuovo– conclude– e saremo liberi e non più mascherati come banditi. I giovani ricorderanno questo periodo, impareranno a riconoscere le cose futili, da quelle importanti e impareranno a voler bene alla loro libertà». —



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di Redazione web