Sicurezza
Il partigiano Giorgio Mori: «Il nemico ora è invisibile non ha la divisa nazista»
Carrarese, 97 anni, protagonista della Resistenza e da sempre in prima linea, lo è anche in questo difficile momento
Carrara. Voce ferma, vivace. Quella di un ragazzo di 97 anni – compiuti lo scorso gennaio –, quella di Giorgio Mori, partigiano carrarese che a metà mattinata ci risponde al telefono e comincia a spiazzarci già dalle prime battute. Come quando spiega che utilizza la mascherina per non essere un pericolo per gli altri. «Ne abbiamo passate tante, per carattere ormai sono abituato alle difficoltà delle vita – ci dice –. Non saprei come definire quest'ultima che è capitata, chiamiamola disgrazia va'». L'emergenza Covid-19. Una questione che ha fatto scomodare anche nei media, nel linguaggio pubblico, termini da narrazione bellica: “prima linea”, “battaglia” e “guerra”, “dopoguerra”, “nemico”. «Ma la seconda guerra mondiale fu un'altra cosa», precisa Mori, a casa con la moglie Cesarina (all'anagrafe Cesira Tosi, 94 anni).
Mori, prima di tutto, come sta?
«Bene, sono abituato a combattere. La vita mi ha messo di fronte spesso a varie avversità con la volontà si supera tutto, ve lo posso dire io».
Ha paura?
«Ho paura per chi ci sta intorno, per i più giovani, capisco poi chi ha paura più generalmente. È un sentimento normale in questi momenti. Ma io no, come faccio ad avere paura, mi capisca, ma io ormai ho quasi cent'anni (97, portati benissimo, ndc). Non vorrei essere frainteso, ma penso sia normale cambiare punto di vista a una certa età dopo aver vissuto intensamente certi avvenimenti».
Esce qualche volta?
«Certo, sono appena tornato da fare la spesa e l'altro giorno sono andato in farmacia. Insomma, esco per le necessità e seguo alla lettera ciò che il governo ha stabilito: dai guanti alla mascherina, alle uscite ridotte. Indosso guanti e mascherina soprattutto perché non voglio diventare un pericolo per gli altri. Avevo davanti decine e decine di persone. Tutti a distanza, con la loro mascherina. Ecco in queste cose sembra di essere ai tempi della guerra, ai razionamenti dei generi alimentari. C'è una differenza però: gli scaffali stavolta sono sempre ben forniti di vari prodotti che siamo abituati ad avere quotidianamente. Ai miei tempi il cibo era razionato, a partire dal pane. Ecco io francamente questa frenesia mica la capisco, secondo me tanti non hanno affrontato l'emergenza con la dovuta razionalità. Abbiamo reagito come prevedibile da società dei consumi, accalcandosi ai supermercati per fare subito la spesa».
Ma chi come lei ha fatto davvero la guerra (partigiano durante la seconda guerra mondiale) è d'accordo sui paragoni che sente in questo periodo?
«Sono due cose completamente diverse. C'è una bella differenza. Intanto se vogliamo chiamare il virus con il nome di “nemico” l'approccio è diverso perché parliamo di qualcosa che è invisibile. Quindi anche il nostro atteggiamento è mutato per forza di cose. Prima vedevi il nemico, sceglievi di attaccare, di colpire. Adesso invece ci sentiamo più passivi perché non lo vediamo, non ha la divisa da nazista... Anche lo spirito era diverso, forse più libero nelle decisioni. Qui sono gli altri a decidere per me».
E poi come sarà il dopo secondo lei?
«Non lasciamoci prendere dal panico intanto, tutto passa. Adesso bisogna cercare di contenere i danni. E poi speriamo che nel dopo si riesca a capire di più gli altri, a essere più solidali, meno egoisti, imparando da queste cose a vivere meglio e a vivere insieme».
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