Il Tirreno

Quel virus che toglie dignità alla morte

Gianluca Uberti
Quel virus che toglie dignità alla morte

Carmen Cogliandro racconta gli ultimi giorni di suo padre:«È disumano non avere l’ultimo saluto di chi ti ha amato»

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Villafranca. «Come è stato vivere la malattia e la morte al tempo del coronavirus? Strano, quasi surreale, a tratti disumano...».

A parlare è Carmen Cogliandro, la quale ha perduto il padre Antonio una settimana fa e desidera portare in superficie le sensazioni vissute in questi giorni. Giorni che troveranno posto nei libri di storia. Carmen Cogliandro risiede nel Comune di Bagnone, mentre il padre Antonio, deceduto all'età di 78 anni, viveva a Villafranca ed era ricoverato nel reparto di nefrologia del Noa.

L'anziano, quindi, non se n'è andato a causa del covid-19, ma la signora lunigianese ci ha voluto, comunque, inviare alcune righe per esprimere quanto provato in questi ultimi giorni di vita del padre. Perché si continua a vivere e si continua a morire anche di altro: «Un ricovero per grave insufficienza renale, un medico che con molta empatia e umanità - inizia Carmen Cogliandro - non ci risparmia la crudezza della diagnosi e della prognosi. Reparto medicina. Poi nel giro di ventiquattro ore si scatena la follia. Il virus è arrivato anche qui». Il tutto mentre, a livello nazionale, scattano le misure di prevenzione che stanno cambiando radicalmente le nostre vite. Carmen Cogliandro prosegue: «In mezzo a tutto questo, tu in un letto di ospedale - si riferisce al padre - e noi che con sempre più difficoltà abbiamo accesso a quella stanza, a quel letto. Diventa evidente, sempre più drammaticamente e tragicamente evidente, che sono gli ultimi giorni che possiamo passare insieme, ma i protocolli parlano chiaro: una alla volta, solo le figlie e non più di 10 minuti. Così ogni giorno ci vestiamo, mettiamo guanti e mascherine per entrare nel tuo mondo. Sono anni che siamo noi a venire nel tuo mondo perché l'Alzheimer ti aveva allontanato dal nostro. Ora è tutto diverso. Sei nel tuo mondo ma noi facciamo sempre più fatica a entrare. "Non è più contattabile" dice un medico con profonda dolcezza, con una professionalità che sa di umano. E ai medici vanno dedicate alcune parole, visto che anche loro, in questo periodo di profondo stress, hanno saputo seguirti e seguirci con professionalità, umanità, empatia e dolcezza. Ogni giorno veniamo da te, alcuni giorni proprio non si può e così viviamo appese al telefono. Tu sei sempre più lontano, il tuo corpo non reagisce alle cure, stai andando via e noi non possiamo neanche starti vicine, parlarti, aiutarti. Poi diventa evidente che stai davvero andando e, nonostante i protocolli, l'umanità del dolore prevale e ci viene dato il permesso di fermarci con te, di stare con te nelle tue ultime ore. E allora non siamo più in ospedale, non c'è il coronavirus. Il tempo cambia dimensione e facciamo insieme questo tuo ultimo pezzetto di viaggio. Un attimo, un respiro, l'ultimo».

E oltre allo strazio per la morte del proprio padre, c’è la pena di non potere avere un funerale normale. «All'obitorio meno gente possibile, cinque minuti per un saluto. Nessun funerale, solo una benedizione prima della tumulazione nel giardino del cimitero. Com'è vivere la morte ai tempi del coronavirus? Strano, quasi surreale, a tratti disumano. I tuoi fratelli, le tue sorelle tutte a casa, amici e conoscenti a casa e noi in un cimitero pieno di morti, ma senza vivi che possano onorarti, salutarti. Sembra la scena di un fil atroce”. —

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di Redazione web