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75 operai scrivono all’azienda: fermiamoci

Libero Red Dolce
75 operai scrivono all’azienda: fermiamoci

All’Asti la richiesta dei lavoratori in una lettera. «È una questione anche etica: non togliamo dispositivi utili ai sanitari»

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MASSA.Una lettera sottoscritta da 75 dipendenti su 93 per chiedere all’azienda, l’Asti srl che lavora all’interno del Nuovo Pignone, di rallentare fortemente la produzione. Ma è un accordo che non si trova, con le rappresentanze sindacali che chiedono d’interrompere l’attività e prevedere una cassa integrazione che tuteli anche i contratti a somministrazione. Per adesso però le parti non si sono trovate e l’azienda rimane aperta, di sicuro fino a mercoledì 25 marzo, data limite per la chiusura degli impianti non essenziali decisa dal presidente del consiglio Giuseppe Conte. Anche se l’azienda, occupandosi di energia, potrebbe rientrare tra quelle che potranno rimanere aperte.

Lo sciopero proclamato in questi giorni dalle sigle che rappresentano i confederali a livello provinciale è rimasto in campo. Fino a mercoledì 25 marzo. E molti lavoratori hanno aderito anche all’Asti. Non tutti però, tanto che la produzione non si è bloccata. L’azienda dal punto di vista degli addetti è molto giovane. Si tratta di un ramo d’azienda che si è separato di recente e molti operai hanno poca anzianità.

Non esistono ancora delle rappresentanze sindacali, tanto che per adesso gli incontri vengono tenuti da quelle del Nuovo Pignone in attesa che vengano elette quelle di Asti.

Gli operai chiedono continuità con quanto fatto finora in termini di sicurezza: «La nostra azienda ha sempre messo la salute al primo posto. Non solo negli "slogan" ma nei fatti. Ci è stato sempre chiesto di adottare misure di Sicurezza più alte di quelle imposte dalla legge (massimo carico manuale , misura per il lavoro in altezza, oto-protettori personalizzati e DPI H24); ci aspettiamo che questo comportamento non venga meno proprio nel momento di maggior necessità».

Eraldo Albini, uno degli operai iscritto Fiom, spiega: «noi facciamo un lavoro manuale e siamo comunque a contatto. Abbiamo una disponibilità di mascherine esaurita. E c’è anche una questione morale: non vogliamo che vengano utilizzati da chi non è in prima linea su questioni non sanitarie. L’azienda su questo terreno non è disposta confrontarsi».

Non ci sono impianti all’Asti, non ci sono forni o materiali per trattamenti termici. «Noi facciamo revisione delle turbine, ma non facciamo interventi sul campo a impianti che si fermano o hanno problemi. L’impatto del nostro lavoro ha una distanza di almeno sei mesi da quando finiamo il lavoro a quando viene messo in forza. In più non abbiamo nessuna commessa per il territorio nazionale. Non credo proprio che siamo essenziali per l’industria», conclude Albini. —Testo a misura lo spazio che equivale
 

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