Italia
Terapia intensiva, 51 posti nei vecchi ospedali di Massa e Carrara
Da dieci a ventiquattro letti saranno attivati oltre Foce nell’area del poliambulatorio. La struttura dismessa del San Giacomo e Cristoforo potrà accoglierne 27
MASSA CARRARA. Che il presidente della regione Enrico Rossi pensasse di riaprire le porte dei vecchi ospedali ora dismessi, era chiaro. Palese, addirittura, da quando, domenica scorsa, ha organizzato, accomnpagnato da un gruppo di tecnici, sopralluoghi in quegli ospedali. Anche in quello di Massa e Carrara. Adesso c’è la conferma e ci sono i dati. La Regione fa sapere, infatti, che nei vecchio ospedali verranno allestiti letti di terapia intensiva. Dieci a Carrara, con un incremento possibile fino a 24 posti totali e 27 letti di intensiva, invece a Massa, nel vecchio San Giacomo e Cristoforo.
«Sono in totale 280 (in Regione) i posti nuovi ricavati dai vecchi ospedali dismessi o parzialmente dismessi oppure riflettendo su come i nuovi ospedali possano convertirsi rapidamente con posti di terapia intensiva» scrive, infatti, ieri sera la Regione in una nota. Un’operazione da 16 milioni di euro complessivi. Nello specifico - dettaglia Firenze - nella zona apuane potrebbero essere recuperati un massimo di 61 nuovi posti di intensiva che andrebbero ad aggiungersi ai 30 del Noa. «Nello specifico - spiega la Regione - nell’ospedale di Carrara, usato adesso come poliambulatorio, si potranno ricavare 10 posti al pronto soccorso ma, se c’è bisogno, se ne potranno trovate altri 14».
Poi ci sono i posti recuperabili nel vecchio presidio di Massa, 27 posti complessivi: «Ho parlato di questo piano con il capo della Protezione civile nazionale, con il ministro Boccia e con il commissario Arcuri - spiega Rossi - un piano da 16 milioni che è piaciuto a livello nazionale. Adesso speriamo che le nostre richieste di fornirci di ventilatori, di monitor siano accolte al più presto e che i posti siano quanto prima disponibili. I posti letto saranno per i toscani, secondo il principio di prossimità, ma non ci chiudiamo nel Granducato, siamo parte della Repubblica e del servizio sanitario nazionale. La migliore situazione in cui ci vogliamo trovare è che a nessuno, qualora il fenomeno si diffondersi, vengano negate le cure». —
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