Il dolore
«Non so più come stanno le donne seguite dal centro»
Francesca Menconi del Cif racconta il difficile momento di chi è costretta in casa con un compagno violento, senza la possibilità del contatto con le operatrici
Il Cif, centro italiano femminile antiviolenza di Carrara, è chiuso da due settimane. Le disposizioni del Governo e del Comune hanno parlato chiaro anche per loro, che ogni giorno davano ascolto a donne vittime di abusi. Centocinquanta le donne prese in carico dal Cif, che le operatrici stavano seguendo nel loro percorso di denuncia, con gli incontri una volta ogni quindici giorni e le telefonate quotidiane a casa, luogo di molestie e violenza. Oggi queste donne devono rimanere a casa, come tutti i cittadini italiani: una convivenza con compagni e mariti che per loro è però pesantissima. Abbiamo chiesto alla presidentessa del Cif di Carrara Francesca Menconi quali sono i rischi per queste donne, in tempo di coronavirus. «I rischi sono tanti– inizia– perché noi non riusciamo più a monitorare la loro situazione domestica. Non possono più venire ai colloqui e non possono più risponderci al telefono»
Perché?
«Quando vengono al colloquio dopo aver subito violenza domestica, gli viene chiesto, tra le altre cose, a che ora, o in che fascia oraria possiamo telefonare a casa per sapere come stanno. Ovviamente scelgono un momento in cui sono sicure che il compagno non sia in casa, di solito perché è al lavoro. È un contatto per noi essenziale, per sapere come si svolge la loro quotidianità, fatta di tanta ansia e paura costante. Adesso che gli uomini sono sempre a casa, per l’emergenza coronavirus, di nostra iniziativa abbiamo dovuto cancellare quella fascia oraria di possibile contatto e non sappiamo più come stanno. Alla domanda “quando possiamo chiamarti” la risposta è diventata “mai”».
Come state ovviando a questo?
«Inviamo degli sms, non troppo espliciti, in cui chiediamo come stanno, come procede la giornata, come fossimo delle semplici amiche che si informano della salute di un’altra amica. Ma non riceviamo quasi mai risposta»
Quante donne sono in questa condizione?
«Stiamo seguendo 150 donne in questo periodo. Non ho la statistica precisa, ma la maggior parte di queste erano casi di donne che subivano molestie e violenze domestiche da parte del compagno ancora convivente. Riusciamo a metterci in contatto, invece, con una piccola parte di loro, perché stavano subendo lo stalking di un ex compagno o marito, che non vive più in casa»
Si è fatta un’idea del perché non rispondono?
«Siamo certe che abbiano il compagno troppo vicino. E poi ci sono i figli. Nessuna delle nostre donne ha mai voluto rendere partecipe i figli delle violenze subite, per proteggerli. E tanto meno possono rispondere adesso, in casa, davanti a loro. Quindi la realtà, in questo momento così difficile per tutti, è che non riusciamo più a monitorare le donne che stavamo seguendo e non sappiamo più quanta paura hanno, se stiano subendo violenza, se abbiano il coraggio o la possibilità di chiamare le forze dell’ordine qualora la situazione degenerasse, oppure se stanno bene e la paura della pandemia ha migliorato i rapporti»
È’ possibile?
«Se posso essere sincere credo sia molto improbabile, però può succedere che la paura di un contagio, della malattia, o il momento di solitudine estrema abbia mutato momentaneamente il rapporto della coppia. Diciamo che noi del Cif lo speriamo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
