Il dolore
«L’inquinamento da ammonio dovuto dalla ex Coke»
Carrara. Giuseppe Chiappuella, chimico industriale, in una nota osserva che nel «“Monitoraggio Corpi Idrici Sotterranei”, realizzato dall’Arpat e relativo al triennio 2016-2018, di cui avete riferito sul Tirreno, ho letto con un certo stupore che secondo i tecnici dell’Agenzia l’inquinamento da ammonio riscontrato nella falda Sin di Massa-Carrara sarebbe provocato da “contaminazioni urbane”. Una minima parte dell’inquinamento da ammoniaca presente nelle acque del nostro territorio sarà sicuramente dovuta agli scarichi domestici, come afferma Arpat, ma la fonte principale della massiccia contaminazione - aggiunge - è invece da ricercare nelle lavorazioni praticate dall’Italiana Coke, operante dal 1936 al 1990, la cui falda, pesantemente compromessa, deve ancora essere bonificata. L’ex fabbrica avenzina, infatti, distillava in appositi forni 1500 tonnellate giornaliere di carbon fossile. Per ogni tonnellata di carbon fossile distillato si producevano circa 140 kg di idrato di ammonio (acque ammoniacali), equivalenti a 210.000 kg giornalieri. Circa il 2% di questa ammoniaca veniva trattata con acido solforico per produrre solfato di ammonio, usato come fertilizzante. L’enorme quantitativo di idrato d’ammonio rimanente, fino al 1976, veniva invece scaricato direttamente nel Lavello, inquinando poi le acque marine. Con l’entrata in vigore della legge Merli (319/76) - prosegue l’esperto - le acque ammoniacali non vennero più scaricate in questo fosso, ma nella pioppeta esterna allo stabilimento, che costeggiava l’autostrada Sestri Levante-Livorno, provocando la morte di 1200 piante. Successivamente si scavarono fosse grandi e profonde dentro lo stabilimento, in terreno sabbioso, per favorire l’assorbimento ed il drenaggio delle acque ammoniacali verso strati più profondi e verso la falda, causando l’inquinamento di terreni ed acque sotterranee per un raggio di svariate centinaia di metri intorno alla fabbrica, come ha dimostrato a suo tempo un’indagine dell’Usl. Anche analisi effettuate dalla stessa Eni-Ricerche su piezometri situati all’interno dell’area evidenziarono concentrazioni di ammoniaca variabili tra 25 e 500 milligrammi per litro, quando il limite ammesso per le acque potabili è di 0,5 mg/L. Tali concentrazioni, anche mille volte superiori al limite stabilito dalla legge, eccedevano persino il valore ammesso per gli scarichi (15 mg/L). In altre parole, le acque di falda sottostanti all’Italiana Coke non possono neppure essere emunte e scaricate, ma prima devono essere disinquinate. Questo è confermato da una lettera del 25 novembre 1996, firmata dall’allora responsabile provinciale dell’Arpat dottor Gino Camici», conclude. —
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