Sicurezza
«A contatto col contagiato, ma sono sano»
Pontremoli, parla Simone che è in quarantena volontaria e non ha il virus. Però, si lamenta, lo trattano come un appestato
Si chiama Simone, è un cittadino di Pontremoli, che dal 5 marzo si trova in quarantena volontaria e che oggi, con grande coraggio, ha voluto raccontare la sua storia. Una storia, purtroppo, sul coronavirus.
«Sono un uomo normale, per bene; lavoro tanto, esco con gli amici, ho una compagna. Faccio le cose normali, che fanno le persone normali. È vivendo, semplicemente, che sono incappato in un concittadino risultato poi positivo al coronavirus. Immaginate– prosegue, contattato dal Tirreno– cosa posso aver pensato quando, scoperto il nome dell’uomo che aveva infettato l’intero ospedale di Pontremoli, ho realizzato che lo avevo incontrato diverse volte negli ultimi giorni. Anzi, non solo lo avevo incontrato, ma gli ero capitato vicino in un ristorante una sera e avevo scambiato con lui due parole, ravvicinate, come si fa tra conoscenti. Mi è passata davanti tutta la mia settimana e mai come prima ho ricordato ogni momento delle mie giornate: e lui era lì, al bar una mattina, in banca un’altra, al ristorante un’altra ancora. Ho capito che per il bene delle persone care, ma anche dell’intera comunità pontremolese avrei dovuto isolarmi».
Iniziano così i giorni di quarantena volontaria, in attesa del tampone della Usl, ma Simone, invece di ricevere solidarietà, percepisce grande diffidenza e cattiveria: «Hanno iniziato a girare voci su di me e si sa, a Pontremoli ci conosciamo tutti. Mi trattano come un appestato, quando sono io che sto preservando loro da un possibile contagio. Ammetto– continua– che in questi giorni penso a come sarà tornare là fuori. Ho paura che non sarà mai più come prima, che non mi tratteranno come mi hanno sempre trattato».
Poi è arrivato il giorno del tampone, risultato negativo. Simone sta bene e non ha contratto il virus. «Quando ho realizzato che i miei contatti con il concittadino risultato positivo erano stati reali, ho chiamato il 1500 e mi sono state date tutte le indicazioni. Non mi sono più mosso da casa, ho aspettato l’arrivo di una ambulanza, che trasportava il mio tampone. Due infermieri completamente bardati, tuta, guanti, copri scarpe, mascherina per proteggere gli occhi e la bocca, mi hanno fatto tre prelievi, dalla bocca e dalle narici. Mi dissero che in 4 ore avrei avuto i risultati, ma sono arrivati il giorno dopo. Ho passato una notte d’inferno, ho avuto paura per i miei cari. E in più anche le voci di paese, pronte a puntare il dito, senza sapere come fossero andati i fatti. Ho scoperto così, dopo molti patemi, di non essere stato contagiato ed è stato un sollievo. La mia compagna è nella mia stessa condizione per ovvi motivi. Stiamo bene. Credo di aver fatto il mio dovere, e di essermi comportato come un buon cittadino».
Adesso, però, il racconto sincero di Simone, pone alcuni problemi seri. In quarantena, tra volontari e non, in città risultano 18 persone, ma a sentire i tragitti del pontremolese positivo, tra bar, banche e ristoranti, a questo punto sembrano quasi poche. Possibile che abbia incontrato in una settimana soltanto 18 persone? Borghetti crede che non sia verosimile e invita tutti i suoi concittadini a fare uno sforzo di memoria per evitare il diffondersi del virus. —
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