Il dolore
Condannato a dieci mesi per le botte alla ex
Assolto dallo stalking ma colpevole per averla aggredita due volte in casa. In passato l’aveva anche colpita con la scopa
CARRARA. Non è uno stalker per la giustizia italiana un uomo che la ex compagna denunciò dopo ventisette anni perché sosteneva la perseguitasse. Non è uno stalker perché il reato non è stato ritenuto provato a sufficienza, ma ieri il giudice Ermanno De Mattia lo ha condannato a 10 mesi di carcere per due episodi di violenza in cui procurò delle lesioni alla donna dopo altrettanti scontri verbali e fisici in casa dopo la fine della relazione. E durante uno di questi, seppure in un’altra stanza, in casa c’era il figlio della coppia. Che sentì le urla e vide la madre uscire sanguinante e il padre graffiato e con la maglietta che indossava lacera sul petto.
È la fine burrascosa, a dir poco, di un rapporto quasi trentennale. Non si consuma con una separazione e qualche litigio, del rancore e qualche parolaccia, e che invece ha strascichi nelle aule di tribunale. Plurale, perché prima di quest’ultima condanna per lesioni, c’era stato un altro procedimento, con pena sospesa, dove l’uomo era già stato trovato colpevole per avere bastonato con l’asta in lego della scopa la donna in seguito a una litigata. Il clima era dunque già teso.
A ritenere che di stalking non si potesse parlare sono sia la pm Susan Pietrini che il difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Lattanzi. La pm spiega che la donna «non racconta di appostamenti o altre condotte che l’avessero costretta a cambiare abitudini di vita. Dice di averlo incontrato più volte sul suo cammino, ma che erano incontri in auto, non si rivolgevano la parola». Dello stesso tenore le considerazioni di Lattanzi, che ribadisce più volte di non ritenere «la donna attednibile ». Anche per il giudice non ci fu stalking,interprteazione avversata invece dall’avvocato di parte civile Alberto Antonietti che fa riferimento al fatto che la donna è dovuta andare da uno psicologo - producendo peraltro una valutazione di questi - e rievocando un episodio successo in strada quando i due s’incrociano su un viale in città.
«L’imputato - rievoca l’avvocato - fece una giravolta a “U” per seguirla mentre lei accompagnava a scuola il figlio. Una volta fermi le aprì la portiera, mentre lei la richiudeva evidentemente spaventata. Non è il solo episodio. C’era un clima generale per cui lei era costretta a subire atteggiamenti violenti quando non si adeguava alla volontà del compagno. Ed è uno stato di persecuzione che velatamente prosegue».
Le lesioni per il giudice ci sono state. Ci sono i referti a confermarlo. Riguardano due episodi, entrambi accaduti in casa dell’uomo. Una prima volta si erano visti per una questioni di assegni e la discussione accesa era degenerata in uno scontro fisico, che la donna si era fatta refertare qualche giorno dopo. La seconda volta, un sabato alle 23, madre e figlio entrano in casa dove l’uomo vive da solo per recuperare un gioco; l’uomo è in compagnia e ne nasce un violento litigio. Si scontrano in un’altra stanza, lontano dagli occhi del figlio. Lei esce sanguinante, lui graffiato. Arrivano i carabinieri e trovano la donna fuori, appena svenuta. A quel punto parte la denuncia e il procedimento che ieri ha portato alla condanna. La difesa attende le motivazioni per decidere se fare ricorso. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
