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IN TRIBUNALE 

Sparò al casellante a Pontremoli per tentare la rapina: ecco la condanna

Sparò al casellante a Pontremoli per tentare la rapina: ecco la condanna

Assolta la compagna dell’uomo che era assistente capo di polizia all’epoca dei fatti: era accusata di averlo aiutato

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PONTREMOLI. Quando sparò al casello di Pontremoli Antony Lecchini non voleva uccidere ma rapinare. Come chiesto dal suo avvocato Riccardo Balatri, cade l’accusa di tentato omicidio. L’uomo comunque prende una dura condanna a 5 anni e 10 mesi per tentata rapina con l’aggravante di un’arma. Assolta invece la compagna, assistente capo di polizia Francesca Tassi, difesa dall’avvocata Valeria Orlandi. Era stata accusata di avere aiutato Lecchini a sfuggire alle indagini.

Più dura era stata la richiesta del pubblico ministero che aveva chiesto otto anni e il tentato omicidio. La giudice Marta Baldasseroni però ha deciso di condannarlo per la sola tentata rapina aggravata.

A indirizzare il processo in questa direzione sono state le recenti dichiarazioni del casellante di Pontremoli, l’uomo che quella sera si vide puntare un fucile da dentro la Mercedes da un uomo con la maschera di Scream. Era Lecchini.

L’uomo infatti aveva raccontato di essersi nascosto appena visto l’arma. E che tra il suo gesto di protezione e lo sparo sarebbero passati diversi secondi. Attimi in cui lui e Lecchini non erano più uno di fronte all’altro.

Versione che s’incastra con quella raccontata da Lecchini, che una volta che finì in aula per raccontare cosa era successo quella notte ripeté più volte di non avere sparato per uccidere.

Lecchini ricordò di avere chiesto i soldi al casellante che lì per lì reagì d’istinto andandosi a nascondere sul retro. Il rapinatore dunque sostiene di non averlo più visto se non nei momenti iniziali. E aggiunse anche di averlo sentito dire: «adesso cosa vuoi fare?». È a quel punto che l’imputato raccontò di avere azionato l’arma.

Diversa la questione per quanto riguarda la ex compagna, sorpresa dalle intercettazioni a parlare con l’uomo nei momenti successivi alle ricerche convulse che impegnarono la polizia stradale.

Una posizione difficile, e un processo che, per la Tassi si è concluso con l’assoluzione. «Per non aver commesso il fatto” rispetto all’accusa di ricettazione. “Perchè il fatto non sussiste” per quel che rigaurda i capi di imputazione relativi al favoreggiamento e alla rivelazione di segreti di ufficio. L’avvocato Orlandi, nelle sue conclusioni in tribunale, aveva subordinato l’assoluzione agli esiti di una perizia medica a cui la sua assistita si era sottoposta.

Una perizia che, come era stato precisato nella penultima udienza, aveva attestato la parziale capacità di intendere e di volere relativamente alla sfera della volontà. Un punto questo che si è rivelato molto importante ai fini dell’assoluzione. La donna in sostanza non aveva padronanza della sua volontà: questo quindi, a livello penale, esclude il dolo.

Tutto comunque sarà chiarito quando usciranno le motivazioni della sentenza, quelle attese nei prossimi mesi. 

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