Il Tirreno

IL GIORNO DELLA MEMORIA

Era nel campo di concentramento, ma rassicurava: «Qui va tutto bene»

Manuela D’Angelo
Una fotografia di Angelo Malatesta da giovane
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Una fotografia di Angelo Malatesta da giovane

La storia di Angelo Malatesta: scriveva lettere alla famiglia come se fosse in villeggiatura. Tornò a Caprigliola, in Lunigiana, a 24 anni, pesava 40 chili 

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Massa. Kaisersteinbruch, ad est di Vienna, campo di concentramento, baracca 17 A, numero di matricola 144671, lavori forzati. Angelo Malatesta, nato nel 1921, arruolato nel Genio pontieri, fu fatto prigioniero il 9 settembre del 1943 in Iugoslavia, il giorno dopo che la radio italiana trasmise il famoso comunicato con cui il generale Badoglio rese noto l’armistizio firmato in gran segreto con le forze alleate. Una data fondamentale per la storia del Novecento italiano: da quel giorno Angelo diventò uno dei tanti militari non collaborazionisti, un nemico, destinato ai campi di concentramento. La sua storia rivive grazie alla memoria della figlia Egizia Malatesta, un ricordo che le fu trasmesso dalla madre e dalla nonna, perché Angelo, di quei giorni al campo, giorni di fame, di fatica, di freddo e di morte, non volle mai raccontare niente alla sua bambina.

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«Cose vecchie, mi diceva - racconta la figlia - io volevo sapere, ma per lui era una grande sofferenza. Così, tutto quello che appresi lo raccolsi da mia madre e da mia nonna, che dopo la guerra lo vide tornare un pomeriggio mentre rientrava dai campi, e non lo riconobbe, tanto era dimagrito e sfigurato». Angelo Malatesta era nato a Caprigliola, in Lunigiana, da una famiglia di contadini. Era colto, intelligente e la madre lo fece studiare dai preti, in un collegio di Alba. Dovette tornare al duro lavoro dei campi quando morì il padre, per aiutare la famiglia. Partì per la guerra a soli 20 anni. Dopo l’armistizio fu imprigionato e portato nel campo di concentramento di Kaisersteinbruch: settanta baracche, adibite ai lavori forzati, di cui trenta di legno, che accolsero 73.583 persone. «All’inizio - racconta Egizia Malatesta - caricava e scaricava rape da vagoni merci diretti agli zuccherifici della Germania; poi lo misero a spaccare pietre che sarebbero servite a costruire strade di raccordo per la ferrovia. Così, ogni giorno, dall’alba al tramonto. Tra quelle pietre e quel ciottolame a volte papà trovava delle erbe commestibili; le riconosceva perché aveva passato parte della sua adolescenza tra i campi. Allora se le nascondeva in tasca, senza farsi vedere dai soldati e, tornato nella baracca, scioglieva in una latta un candelotto di ghiaccio, di quelli che si formavano dal tetto, lasciava in infusone le erbe e preparava una specie di decotto, che condivideva con tutti i suoi compagni. Saranno state le proprietà nutritive, o i sali minerali, ma quegli infusi salvarono la vita a molti uomini. Ogni tanto riuscivano ad aggiungerci anche delle bucce di patata, che una famiglia austriaca, di gran cuore e rischiando molto, lasciava di proposito vicino alla rete del campo, così che mio padre e gli altri compagni potessero raccoglierle».

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«Mia madre mi parlò anche di una infermeria dentro al campo. Nessuno voleva andarci, perché i medici avrebbero curato soltanto i più forti fisicamente, lasciando morire di fame i casi più disperati e deboli. Quindi spesso qualsiasi malattia veniva nascosta e trascurata». Ancora la figlia: «Una notte, la febbre di un compagno era altissima, bruciava di dolore; allo steso tempo gli altri deportati battevano i denti per il freddo, che non lasciava dormire, pungeva ogni arto del corpo, rendeva rigidi, annebbiava il cervello e spezzava le dita. Allora si abbracciarono, tutti intorno al malato: la febbre calda di lui li salvò dal freddo e i corpi gelati di loro gli abbassarono la febbre e lo guarirono». «Mio padre non voleva raccontarmi nulla perché, credo, essendo sopravvissuto, in lui scattò un drammatico senso di colpa, per chi non ce l’aveva fatta e aveva visto finire nelle fosse comuni. Non sono immagini che si cancellano dalla mente. Ma lui forse ci voleva provare». Per tutti gli anni della prigionia Angelo Malatesta scrisse alla famiglia cartoline dalla calligrafia elegante: “Va tutto molto bene; ci trattano bene, mangio e bevo; non ci sono pericoli qui. Tornerò presto”. Sembrano cartoline scritte da posti meravigliosi di villeggiatura. Così doveva essere per tutti. Soltanto per una di queste, i tedeschi decisero di censurare le parole di Angelo. «Non abbiamo mai saputo cosa volle scrivere quel giorno papà di così compromettente da dover essere censurato», conclude Egizia. Angelo Malatesta fu liberato il 28 maggio del 1945 a 24 anni, tornò a Caprigliola a piedi, pesava 40 chili. Ricominciò la sua vita, ma fu fatta di tanti silenzi. Morì nel settembre 2008 a 87 anni. —

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