Il Tirreno

l’operazione “samba 2020” 

Arrestato per 300 chili di cocaina: «Non parlo... mi ammazzano»

Libero Red Dolce
Arrestato per 300 chili di cocaina: «Non parlo... mi ammazzano»

L'ombra della 'ndrangheta dietro il trasporto che arriva dal Brasile. La droga ferma a la Spezia per 20 giorni, poi trasportati in un’officina di auto a Massa

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MASSA. Tutti in carcere. Così ha deciso il gip Marta Baldasseroni per i quattro arrestati dalla guardia di finanza di La Spezia, sorpresi a muovere un carico di 300 chili di cocaina nascosti in alcun pallet che trasportano il granito. Si tratta di Giuseppe Cirillo, unico italiano, originario della Calabria, difeso dall’avvocato Matteo Bertucci; del croato Juraj Martin Jurican, difeso dall’avvocato Luigina Pingitore; dell’albanese Antimon Bathorja, difeso dall’avvocato Michele Arabia e della brasiliana Liliane Pimenta Bento, difesa dall’avvocato Simone Faiella.

Il carico di droga è arrivato dal Brasile al porto di La Spezia il 28 dicembre scorso. Tutto nasce da un controllo merce alla dogana, quando un contenitore con 12 casse di legno con dentro dei lavori di granito passa dallo scanner dei militari. In quattro pallet i finanzieri individuano 300 panetti di cocaina, dal peso complessivo di 338 chili. La droga viene sequestrata. Non tutta, però. Quattro pallet restano al loro posto. Seguendoli, ragionano correttamente gli investigatori, si arriverà a chi li aspetta.

E così il container con i pallet viene messo sotto controllo. Il sette gennaio il tir si mette in moto: destinazione l’agenzia marittima Italcarrara srl, a Carrara. Sulla scia ci sono i finanzieri.

Il giorno dopo, l’8 gennaio, Cirillo parte in auto da Anoia (provincia di Reggio Calabria)e arriva nel pomeriggio nel piazzale della ditta insieme alla brasiliana Pimenta Bento. Visiona i pallet e poi i due prendono una camera in un hotel in città. Qualcuno li sta ascoltando.

I finanzieri lo sentono parlare della necessità di trasportare il più presto possibile quelle che dice essere pedane in marmo verso la Francia. Nomina soltanto otto dei dodici bancali. Quattro sono esclusi. Cirillo risulta essere un imprenditore, è titolare dell’omonima ditta “Marmi Graniti”.

Il calabrese prende accordi con una ditta di trasporti per portare via quattro bancali dal deposito della Italcarrara in via Longombarda al civico 6. E così sarà: una motrice caricherà i quattro indicati dall’uomo, lasciando gli altri otto sul posto.

Il carico arriva nel tardo pomeriggio del 9 nell’autofficina Santy Service Repair (non coinvolta nell’inchiesta) e da lì dentro un capannone con la luce spenta. Il camion entra e la saracinesca viene tirata giù. Cominciano le operazioni di scarico ma la coca non farà altra strada.

Quello che succede nel capannone prima del blitz i finanzieri lo ricostruiscono interrogando l’autista, anch’egli estraneo all’inchiesta, che ha portato la merce dall’ItalCarrara a Massa. Un solo fascio di luce a illuminare il capannone immerso nel buio. Il muletto fa avanti e indietro seguendo il fascio di luce del flash di un cellulare utilizzato come torcia. Evidentemente di tutta l’operazione bisogna che rimanga meno traccia possibile. Così come delle facce di chi è presente.

I militari sono appostati dalle parti del Cermec e appena la saracinesca del capannone si riapre piombano addosso agli uomini. Dentro oltre a Bathorja e Jurican, ci sono l’autista del camion e una quarta persona, Giuseppe Macrì. Cirillo, considerato da chi indaga il coordinatore dell’operazione, viene fermato a bordo della sua Audi Q3 in via Marchetti, poco lontano dal capannone. Dentro l’auto c’è la borsa della brasiliana Pimenta Bento, con un foglio scritto a mano con l’indicazione di quattro pedane. I numeri corrispondono ai pallet con la droga, come hanno avuto modo di verificare gli investigatori a La Spezia.

La donna non c’è, ma viene beccata da una volante della polizia. Coperta di fango e bagnata fino all’addome, aveva provato una fuga lungo un canale di scolo. Racconta una storia strana ai poliziotti, ma gli agenti non abboccano e la portano al piazzale dove sanno dell’operazione in corso.

I quattro arrestati non parlano: né al momento dell’arresto né all’udienza di convalida. L’unico a dire qualcosa, qualcosa d’inquietante, è Bathorja: «Non parlo, altrimenti mi ammazzano».

Le esigenze cautelari per il tribunale sono motivate, oltre che dalla rilevanza del quantitativo di stupefacente sequestrato, dai collegamenti con ambienti criminali in Brasile. «Circostanze dalle quali si desume l’elevata caratura criminale degli indagati, inseriti in organizzazioni di elevata caratura criminale in grado di festire attività di narcotraffico a livello internazionale, all’interno delle quali svolgono un ruolo di rilievo, considerato che si sono occupati del trasporto di oltre 300 chili di cocaina». I tre uomini sono in carcere a Massa, la donna a Firenze. —
 

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di Redazione Massa