Il Tirreno

La città che “odia” il mondo del marmo e quella che col marmo diventa ricca

La città che “odia” il mondo del marmo e quella che col marmo diventa ricca

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Duemila persone scendono in piazza per dire no alla riapertura di nuove cave, per difendere l’ambiente delle Apuane dai danni provocati dall’escavazione del marmo. È successo la scorsa settimana a Massa: una manifestazione – sorprendente, a proposito, che non sia stata fatta a Carrara “capitale del marmo” – che è stata un qualcosa di inedito per la grande e inaspettata partecipazione. Ma quei ragazzi in corteo, quelle scritte, quegli slogan “più marmellata, meno marmettola” sono soprattutto una conferma: sono la certificazione di una spaccatura che attraversa storicamente la comunità apuana.

C’è un pezzo consistente della città (delle città: Carrara e Massa) che “ce l’ha su” con il mondo del marmo. E ha buone ragioni per avercela. Perchè l’industria delle cave la subisce da anni. Ne patisce il peso – ricordiamo quando i camion passavano dala Lugnola e sul viale XX Settembre –, i danni ambientali, le morti e gli infortuni sul lavoro. Ne invidia la ricchezza tenuta stretta, il potere ostentato dai “signori del marmo”.

Dall’altra parte, c’è la città che con il marmo ci lavora, ci fa soldi, ci vive. E le cave, ovviamente, le difende: “Badate, senza il lapideo si muore di fame”. Due mondi che non si parlano, troppo spesso vicendevolmente sordi alle ragioni dell’altro. Una buona idea per il 2020 sarebbe di stabilire un contatto.

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