Gioco
Novanta nuovi casi di New Delhi in provincia da luglio a oggi
Si tratta solo dei pazienti in cui il batterio è stato riscontrato per la prima volta L’epidemiologa: «Importante igienizzare i sanitari e lavarsi le mani»
Sono quattro i pazienti attualmente ricoverati al Noa isolati per il batterio New Delhi. Mentre i nuovi casi - i cosiddetti “casi incidenti”, pazienti in cui il tampone positivo è stato riscontrato per la prima volta - sono in provincia circa novanta a partire da luglio. Ma attenzione a non farsi prendere dalla frenesia dei numeri, che poco vogliono dire se non vengono relativizzati a una popolazione provinciale di quasi 200mila persone. Numeri che però servono a orientarsi in un’emergenza complicata, che prima di ogni cosa ha bisogno d’informazione e buone pratiche sia ospedaliere che tra i cittadini.
A cercare di fare chiarezza è l’epidemiologa dell’Usl Toscana Nord Paola Vivani, che di quei dati è la responsabile. E insiste che i dati vadano trattati con grande cautela. «C’è una categoria di pazienti - gli immunodepressi, gli anziani e i grandi anziani - che sono particolarmente a rischio. Si tenga presente che la rivista Nature (una delle più autorevoli riviste scientifiche nel mondo, ndr) un paio di anni fa pubblicò una lista di oltre cento molecole non antibiotiche che inducono comunque resistenze. Ci sono una serie di farmaci che si usano abitualmente, e non sono antibiotici, che danno resistenza uguale. Magari ci sono soggetti che le usano e non sapendolo hanno sviluppato una resistenza ad antibiotici».
La New Delhi è un profilo di resistenza principalmente rappresentato a carico di un germe (la klebsiella pneumoniae), normalmente presente nell'intestino umano e che da tanto tempo circola in Italia in un'altra forma resistente: la Kpc. E in Toscana c’è stata una maggiore concentrazione, una maggiore diffusione. «Un caso è incidente la prima volta che viene registrato come tale; se viene ricoverato una seconda volta allora sarà riconosciuto di nuovo. Fa numero. Ma non è un caso incidente», specifica Vivani.
L’emergenza in questi anni nasce dall’aumento delle contaminazioni, spesso contratte in ambito ospedaliero, causate da germi multi resistenti ai farmaci. Con la New Delhi il problema è diventato ancora più pungente per gli epidemiologi.
«Con questo nuovo profilo di resistenza - spiega Vivani - queste forme di vita primordiali hanno sviluppato la capacità di specializare all’interno del proprio codice genetico un pezzettino di genoma che codifica per la resistenza. Sono insomma in grado di replicarlo all’infinito e inocularlo nelle altre specie, non solo sulla propria». Così batteri che inizialmente non erano resistenti lo diventano. «Prima pensavamo che messi in ambiente ostile tutti i deboli morissero e vivessero soltanto i più resistenti. In questo caso può anche darsi che non sia così».
Il problema dunque è in aumento? «No, abbiamo assistito a una stabilizzazione. I numeri che abbiamo partono da luglio, prima ci si concentrava sulla Kpc (la klebsiella). Ma i protocolli sono molto importanti per evitare il contagio».
Chi è debilitato è ovviamente più esposto. Ci sono gli anziani con le patologie croniche, chi fa cicli di antibiotici, i pazienti oncologici che fanno terapie immunosoppressive. «Sono condizioni che nella nostra popolazione sono rappresentate - spiega Vivani - e in questi casi si può avere l’occasione di portare alla bocca un germe acquisito ovunque. In ospedale è chiaro che i rischi ci sono: i pazienti sono tutti insieme e le occasioni si esasperano. Ma questo succede anche in una comunità o a casa, con pazienti che possono anche ignorare di albergare un germe resistente. E magari non è attento a gestire su se stesso e gli altri tutte le occasioni di rischio».
Le regole da seguire sono tanto banali quanto facilmente trascurate. Magari perché inserite in una ritualità quotidiana alla quale si presta poca attenzione. «Per noi diventa un problema enorme dimetterli questi pazienti. Spesso dalle Rsa ci sentiamo dire: “non li prendo perché sono positivi”. Ma tutti gli altri che ci sono siamo sicuri che siano negativi?»
E poi c’è il ritorno a casa. Con le famiglie che si oppongono pensando magari di tutelare i figli. «Bisogna assicurarsi che il paziente quando torna a casa e usa il bagno si lavi le mani. E che il bagno venga lavato. Importante l’utilizzo della varichina come disinfettante». —
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