Il Tirreno

New Delhi, 11 casi al Don Gnocchi di Massa: «Pazienti arrivati dagli ospedali»

Libero Red Dolce
New Delhi, 11 casi al Don Gnocchi di Massa: «Pazienti arrivati dagli ospedali»

Nessuno degli ospiti ha contratto il germe all’interno del centro di Marina. «Qui seguiamo le procedure: è molto importante l’igiene, anche tornati a casa»

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Massa. Sono undici gli ospiti del centro di riabilitazione Don Gnocchi infettati dal batterio resistente ai farmaci New Delhi. Tutti pazienti che provengono da altri ospedali - prevalentemente il Noa, ma anche da Pisa - e che dunque hanno contratto l’infezione altrove. «È una situazione seria - spiega il direttore sanitario, il dottor Mario Petrilli - che è esplosa negli ultimi sei mesi. Qui però le procedure vengono seguite in maniera attentissima e non ci sono stati casi di contagio interno». E la differenza la fanno le procedura d’informazione a personale e pazienti e la prevenzione bene applicata.

Non sono soltanto undici però i casi di pazienti colonizzati, perché oltre agli undici già citati sono risultati positivi al tampone anche altri tre, contagiati dalla klebsiella, il germe di cui il New Delhi è un nuovo ceppo particolarmente resistente agli antibiotici. Altri due ospiti invece sono risultati positivi al clostridium.

«A luglio e di nuovo a ottobre la Regione ha messo in campo delle procedure molto precise. Che sono ovviamente estese anche ai centri come al nostro. Tutti i pazienti che arrivano al Don Gnocchi vengono dunque sottoposti al tampone, a prescindere dal fatto che siano stati segnalati nella cartella come colonizzati. Ma per quanto ci riguarda il lavoro di monitoraggio non si conclude così: per tre settimane ancora tutti i pazienti vengono ulteriormente sottoposti al tampone. Questo serve per capire se chi non ha contratto il batterio lo possa avere preso qui».

E su questa eventualità Petrilli rassicura. «Qui non abbiamo avuto casi di contagio interno. L’applicazione delle procedure sta funzionando». Ma è chiaro che tutto ciò comporti un ulteriore attenzione nel lavoro per medici, infermieri e operatori socio-sanitari. E una serie di costi aggiuntivi.

Petrilli fa il punto tra i vari reparti: «Nelle cure intermedie1 su 16 pazienti, cinque sono colonizzati. Tre da Ndm (sigla per il New Delhi, ndr), uno da Kpc (la klebsiella) e uno da clostridium. Per Neuromotoria 1 su 29 pazienti sono otto i colonizzati. Sette da Ndm e uno da clostridium. Sui 35 ospiti di Neuromotoria 2, ci sono due colonizzati: uno da Ndm e uno da Kpc. E un altro da Kpc si trova in Cardiorespiratoria».

la prevenzione

Tre sono le possibilità di isolamento previsto: quello singolo, con un solo paziente nella stanza. Quello funzionale e quello di coorte. Con l’aumentare dei pazienti colonizzati che arrivano si pone anche un problema di numeri. «Sì, il Don Gnocchi è una struttura di eccellenza, in tanti vogliono venire qui. Se aumentano i casi da sottoporre a isolamento si pongono anche questioni di spazi».

Inoltre mantenere “fermo” un ospite del Don Gnocchi non è cosa banale. Anzi, è in contrasto con quella che è la missione della struttura: la riabilitazione. «Chi è qui da noi cammina, si muove, vengono qui per fare riabilitazione. Un conto è un paziente con il batterio che sta a letto, un altro paio di maniche è dover garantire anche una serie di servizi, si pensi banalmente alla palestra, dalla quale devono transitare», conferma Petrilli. La soluzione trovata è quella di organizzare gli orari: «Per fare attività con i pazienti positivi utilizziamo gli orari terminali della palestra».

Il contagio, è importante rimarcarlo, avviene per contatto. Dunque è molto importante utilizzare protezione come guanti e grembiuli, mentre sono inutili le mascherine. Sulle porte delle camere vengono indicati i dispositivi da attuare e molta attenzione viene posta sulla sanificazione. Fuori da linguaggio tecnico: lavarsi le mani. Sempre.

Petrilli ha particolare attenzione verso la percezione del problema. «Bisogna evitare di creare una cortina di paura e diffidenza verso i pazienti, così com’è avvenuto per l’Hiv». Anche perché spesso chi è stato ricoverato torna a casa. «È qui che è molto importante il lavoro d’informazione, con i familiari e le altre persone. Particolare attenzione va posta all’uso del bagno con l’utilizzo del cloro e dell’amuchina per pulire, cosa che va fatta spesso. Qui le stanze le faccio igienizzare due volte al giorno. E ovviamente vanno tenute presenti le cautele sul contatto». Sull’esplosione dell’emergenza in Toscana Petrilli non vuole sostituirsi agli infettivologi: «Di sicuro qualcosa non è andato bene. All’inizio, dopo il primo caso che fece scalpore ne vennero fuori decine di altri. Non so dire se è stato sottovalutato o non è stato visto. Ora con il coordinamento regionale la situazione migliora e la raccolta dati che facciamo è importante». Al Don Gnocchi non si registra nessun decesso.—

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