Il Tirreno

il processo per stalking 

La donna perseguitata: «Giustizia, non vendetta»

Libero Red Dolce

L’ex le ha fatto di tutto e lei attacca il sistema giustizia: «Denunciato a maggio e intervenuti soltanto mesi dopo»

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«È una persona da curare, non da carcerare”. Così mi ha detto la sua ex. Lo ha denunciato e vuole avere giustizia, ma ritiene che quello che ha mancato sia stato lo Stato, intervenendo soltanto mesi dopo la prima denuncia per le persecuzioni e dopo gli articoli di giornale». Chi pronuncia queste parole non è un legale di fiducia o un amico di una persona vittima di stalking. È l’avvocato dell’imputato, del presunto stalker a portare la voce di chi nel processo è vittima per lanciare un messaggio: la giustizia non è stata in grado di seguire le aspettative della parte offesa che chiedeva solo protezione.

Durante l’arringa l’avvocato difensore dell’uomo Simone Ricci ammette i comportamenti tenuti da suo assistito. Non si smarca da nulla, non cerca l’appiglio sui fatti contestati.«Siamo di fronte a un caso da poter fare l’esame per il reato di stalking: non si è fatto mancare nulla». E in effetti quando la coppia si rompe dopo 14 anni insieme lui diventa una persecuzione minacciosa che la travolge.

La bombarda di messaggi - 100 e più in un solo mese - ai quali lei non risponde. La segue al lavoro, si piazza di fronte al suo ufficio tanto che le colleghe la chiamano per dirle di non andare. Sparge volantini in cui la insulta con i peggiori epiteti e li attacca nei luoghi che lei frequenta. Incide volgarità sulla sua porta di casa. Manda dei messaggi con un’applicazione del telefono per geolocalizzarla, in modo da sapere dove si trova la ragione della sua ossessione grazie al telefono. La minaccia: «La tua vita è appesa a un filo».

E tutto questo capita nello spazio di tre, quattro mesi. La donna fa denuncia nel maggio del 2018 e devono passare circa quattro mesi prima che arrivi qualche provvedimento interdittivo. Mesi durante i quali la monomania lievita nel cervello dell’uomo come un pane a riposare. E assorbe ogni altra attività o pensiero.

La donna subisce un crollo psicologico e si rivolge a una psichiatra che le prescrive dei farmaci che prende per un periodo. La sua vita cambia, cerca di non essere mai sola. Anche a lavoro va accompagnata. Vive a casa dei genitori, anche perché nella sua ci sta l’uomo con il quale ha rotto. Gli ha concesso di rimanere per un periodo, l’affetto non era svanito dopo la rottura. Lui però s’impunta e rimane anche quando lei gli chiede di andare via.

La procura, ricapitolando quanto denunciato e acclarato dalla polizia, chiede alla giudice Antonella Basilone di condannare l’uomo a una pena complessiva di un anno e sei mesi.

Difficile, più strana e improntata a una sorta di giustizia sociale e umana oltre che giudiziaria l’arringa dell’avvocato Ricci. «Ricordo l’entusiasmo tra gli addetti ai lavori quando con il reato di stalking fu prevista la sanzione dell’ammonimento, una sorta di ultimo avvertimento fatto al persecutore. Poteva, può essere uno strumento utile. In questo caso sarebbe stato necessario per frenare l’imputato».

Ricci ha una prova che le cose sarebbero potute andare diversamente: «Appena è arrivato il divieto di dimora ha smesso. Di colpo. Dopo tutto quello che ha fatto, che gli è stato fatto fare è sparito. La parte lesa si è rivolta a me dicendomi di volere soltanto essere lasciata in pace. Si è detta preoccupata perché se finisse in galera per lui sarebbe dura. È un uomo che andrebbe curato. Non ha rimesso la querela, perché non crede che tutto quello che è successo debba finire con l’assoluzione. Pure avendo valutato la cosa. Io ora mi rimetto alla giudice: da sei mesi a 5 anni la forbice è molto ampia. Chiedo una pena ridotta, con sospensione». Con la speranza che questa storia sia un monito e un esempio per migliorare la fondamentale cultura della prevenzione. Quella che salva le vite delle donne perseguitate e vittime di violenza. —

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