Il Tirreno

L’imprenditore Barattini attacca: dovete sapere che io non mi fermerò

David Chiappuella
L’imprenditore Barattini attacca: dovete sapere che io non mi fermerò

È fra i protagonisti del documentario “Il marmo di Carrara: una maledizione?” proiettato in Comune dall’Assemblea Permanente 

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CARRARA. «A Carrara nessuno distrugge i monti per ricavare detriti di marmo. Noi imprenditori del lapideo, tutt’al più, ci limitiamo a dare una pettinata alla montagna». È con queste parole che Franco Barattini, titolare delle Cave Michelangelo, difende il proprio lavoro nel documentario “Il marmo di Carrara: una maledizione? - Le Alpi Apuane in pericolo”, diretto dal giornalista francese Yann Le Gléau per Arte Tv, emittente franco-tedesca visibile in streaming anche in Spagna, Polonia ed Italia. Il filmato, della durata di mezz’ora, è stato presentato in municipio, di fronte ad un pubblico molto numeroso, nonostante la pioggia battente, in occasione dei 5 anni dalla nascita dell’Assemblea permanente, che, grazie al volontario Sandro Manfredi, ha dato un contributo attivo alla realizzazione di questa delicata inchiesta. Il titolare delle Cave Michelangelo, recentemente, aveva già difeso le ragioni del marmo in “Antropocene”, un altro docu-film di denuncia girato da tre registi canadesi, in cui l’impatto ambientale derivante dall’escavazione delle cave carraresi era inserito tra i disastri planetari dovuti all’azione distruttiva dell’uomo. Ma se in quell’occasione Barattini si era limitato a ripercorrere brevemente la storia dei nostri bacini estrattivi, parlando anche di Michelangelo, le dichiarazioni da lui rilasciate in questo secondo film, che sarà trasmesso in eurovisione, sono parse a molti dei presenti all’anteprima assai più dure e risolute, a tratti quasi arroganti e minacciose.

«Io -ha raccontato l’imprenditore carrarese- faccio questo lavoro da 67 anni e quando ho cominciato non sono partito da zero, ma da sotto zero. Però, ho sempre avuto due qualità che mi hanno permesso di andare avanti: la salute e la voglia di fare. Ai miei tempi, infatti, si lavorava dalla mattina alla sera, da stella a stella, non 8 ore come oggi. Oltre che della mia attività, -prosegue- io mi sento direttamente responsabile anche per i 50 dipendenti che lavorano per me e per le loro famiglie, che vivono grazie al marmo. Questo pensiero, a volte, non mi fa dormire la notte e se c’è qualcuno che pensa di ostacolare il mio lavoro», ha aggiunto, usando parole ancora più forti, «sappia che io non mi fermo di fronte a nulla».

Anche quando si discute delle ricadute ambientali dell’attività estrattiva, Barattini difende strenuamente l’operato della sua azienda. «Quando coltiviamo le cave -ha sostenuto- non disperdiamo marmettola nell’ambiente, ma la mettiamo in appositi sacchi».

A replicare a queste dichiarazioni è direttamente la voce narrante del film, che delinea un quadro assai negativo, caratterizzato da «paesaggi alpini compromessi dalle cave, soldi nelle tasche di pochi privilegiati e diversi abusi denunciati e fermati da un comitato di attivisti, che si battono contro una devastazione ambientale ed economica, mentre il grosso dei blocchi viene esportato in paesi esteri dove la manodopera costa poco».

L’inchiesta affronta anche la questione delle scaglie, ricordando che «ben tre quarti del marmo, gli scarti, vengono trasformati dall’Omya, discreta multinazionale svizzera, in carbonato di calcio, da utilizzare per carta, rivestimenti, adesivi o dentifrici».

Il protagonista del film è Manfredi, di cui vengono ricordate le coraggiose denunce a difesa delle nostre montagne, a seguito delle quali ha subito anche un attentato. «Sarei potuto morire, -racconta- perché qualcuno svitò i bulloni di una ruota della mia auto, che si staccò durante la corsa».

Lo vediamo poi in azione insieme all’ambientalista Alberto Grossi, mentre scatta fotografie per documentare i reati ambientali commessi in una cava e al biologo di Legambiente Giuseppe Sansoni, impegnato a rilevare l’assenza di microorganismi nelle acque del Carrione, provocata dalle lavorazioni del lapideo.

È poi intervistata anche Chiarella Lagomarsini, avvocatessa e docente di diritto all’Istituto “Zaccagna”, che sottolinea le vistose contraddizioni e disparità dell’economia apuana. «Nella nostra provincia, -ha spiegato l’insegnate- a fronte di un distretto lapideo che genera un fatturato di un miliardo di euro l’anno, abbiamo un tasso di disoccupazione doppio rispetto alla Toscana e triplo rispetto al Nord Italia». Giacomo Giannarelli, capogruppo 5 Stelle in consiglio regionale, si sofferma invece sull’impegno profuso dal suo movimento per regolare il settore cave, concretizzatosi nella proposta di legge da presentare in Parlamento per l’abolizione dei beni estimati approvata in Regione, di cui egli è stato primo firmatario. —

David Chiappuella



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