Il Tirreno

l’inchiesta della procura 

Caporalato ai lavaggi: paghe da fame e alloggi degradanti I lavoratori ritrattano

Libero Red Dolce
Caporalato ai lavaggi: paghe da fame e alloggi degradanti I lavoratori ritrattano

I carabinieri chiusero due attività gestite da soci egiziani Durante l’incidente probatorio la versione dei fatti cambia

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Se dici caporalato pensi ai campi di pomodori del sud, sole cocente, schiene spezzate sul campo di lavoratori africani, capanni fatiscenti per dormire le poche ore che non si lavora. Ora fate sparire terra bruna e zappe e immaginate spugne e sapone. Le case fatiscenti tenetele. Siete in via Aurelia Ovest dove due imprenditori egiziani, secondo la Procura, si sono macchiati dello stesso reato nei confronti di otto giovani lavoratori negli autolavaggi “Brillante” e “Le Piramidi”. Anche se le accuse della procura, nate dopo un’ispezione congiunta dell’Ispettorato del Lavoro e dei carabinieri, devono fare i conti con il fatto che cinque dei lavoratori sentiti durante l’incidente probatorio hanno smentito lo sfruttamento da parte dei datori di lavoro.

Proviamo a ricostruire la vicenda. Tutto nasce con un controllo non proprio routinario, sulla scorta anche di alcune segnalazioni che riguardavano la vicina Umbria, ma anche parte della Toscana, per situazioni di caporalato negli autolavaggi a basso costo.

I militari dell’Arma, insieme agli ispettori del lavoro, sono entrati nei due autolavaggi alla fine di agosto: siamo al 28.

Si tratta di due attività piuttosto frequentate dagli automobilisti, con un discreto via vai di vetture. Con squadre di lavoratori che con velocità e ritmi elevati offrono il servizio di pulizia. Nel mirino degli investigatori ci sono le condizioni di lavoro all’autolavaggio Brillante e all’autolavaggio Le Piramidi. Entrambi fanno capo a un’impresa individuale gestita da un egiziano: l’autolavaggio Elhelisy.

Il proprietario è appunto Said Ibrahim Mobarak Elhalisyh , difeso dall’avvocato Riccardo Balatri, coadiuvato dal socio Ragab Masoud Bakar, difeso dall’avvocata Carolina Tonini: entrambi finiscono sotto indagine con accuse abbastanza pesanti.

La legge 199, conosciuta come quella sul caporalato, è stata approvata in via definitiva dal parlamento il 18 ottobre 2016, estendendo responsabilità e sanzioni per i “caporali” e gli imprenditori che fanno ricorso alla loro intermediazione. Ed è la prima volta che viene contestata qui. Per la procura i due imprenditori egiziani, avrebbero reclutato manodopera allo scopo di destinarla al lavoro in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. La legge prevede alcune condizioni che attestano lo sfruttamento. Nel caso in questione si fa riferimento al comma 4, cioè la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti. Questo perché, quando vengono sentiti dopo i controlli, alcuni dipendenti tratteggiano un quadro terribile: dodici ore al giorno di lavoro senza riposo settimanale, con paghe risibili e condizioni igienico sanitarie al limite della decenza. Non era stato redatto un documento di valutazione dei rischi né erano state fornite ai lavoratori formazione e informazioni. In più vivevano in case fatiscenti di proprietà del lavaggio e adiacenti all’attività.

Ce n’è abbastanza perché la procura, la pma Alessandra Conforti, chieda al gip Dario Berrino di sentire gli impiegati in un incidente probatorio perché non essendo stabili sul territorio nazionale, sono tutti egiziani, si sarebbero potuti allontanare e non essere più reperibili. Esisteva poi secondo la pm la possibilità che subissero pressioni da parte dei datori di lavoro per cambiare la versione e le accuse fatte.

Così sono comparsi in aula di fronte al gip ma le loro versioni, rispetto alla prima volta, sono cambiate. Scomparso lo sfruttamento e i problemi, i lavoratori, tutti molto giovani, hanno smentito quanto detto. Due di loro, che parlano male l’italiano, sono stati sentiti alla presenza di un interprete modificando radicalmente la prima versione dei fatti. Gli atti sono stati restituiti alla pm che ora dovrà decidere cosa fare. —



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