Il Tirreno

le zone più colpite 

«Non chiamatela più zona “rossa”, questa ora è diventata la zona morta»

Luca Barbieri
«Non chiamatela più zona “rossa”, questa ora è diventata la zona morta»

Il parroco don Ezio Gigli parla dal cuore di Marina. I residenti: a ogni temporale più forte ritornano le paratie e la stessa paura

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«Non chiamatela “zona rossa”. No, perché con il passare degli anni questa porzione di Marina di Carrara, il cuore di Marina colpito in maniera durissima dall'alluvione del 5 novembre 2014, si è trasformata in “zona morta”».

A coniare l'espressione è chi ha il polso del quartiere, chi conosce bene molti dei suoi lavoratori e abitanti: parliamo di don Ezio Gigli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia di piazza Menconi. Prima e dopo. È un'espressione che arriva nel giorno dell'anniversario: sono passati cinque anni da quell'alba del 5 novembre 2014 e da allora, per gli abitanti marinelli, la convivenza con la pioggia, con le allerte meteo, non è più la stessa.

Allerta gialla, arancione, rossa. Cambia il colore, aumenta la paura si ripresenta puntuale a ogni pioggia. Sempre, di giorno e di notte, a distanza di un lustro dall'avvenimento. «A ogni allerta, a ogni pioggia, il pensiero va lì, all'alluvione...», è la vulgata che serpeggia tra i vicoli di Marina vecchia in una giornata – ça va sans dire – di pioggia, con tanto di allerta gialla (domenica) e con le immagini del maltempo nei vicini comuni liguri che rimbalzano. E come ogni anniversario, i ricordi riaffiorano in maniera più consistente.

Non c'è molta voglia di parlare tra le attività commerciali di quei giorni fatti di duro lavoro e di conta dei danni con un occhio al livello del torrente Carrione. Le immagini del 2014 descrivono una piazza Menconi sott'acqua, i vicoli di Marina vecchia pure con l'acqua nelle case e le macchine parcheggiate sommerse. Un risveglio traumatico; poi il via alla macchina operativa, alle giornate, tutti insieme, a spalare il fango e all'attesa dei lavori sull'argine del torrente di cui abbiamo scritto proprio nei giorni scorsi. Oggi nella zona è spuntato anche qualche cartello “vendesi”; molte le abitazioni che hanno alzato le paratie sulle porte. Il punto del parroco. «Le attività continuano a “combattere” perché dopo l'alluvione hanno faticato sempre più a rialzarsi. Sono rimaste poche attività ormai, l'alluvione ha dato una bella botta. Già c'erano fattori che avevano causato delle difficoltà, l'alluvione ha messo la parola fine», commenta il curato. Perché sì, ragiona Don Gigli, «già quella zona negli ultimi tempi non era certamente viva come via Rinchiosa...». E così alle difficoltà preesistenti (tra cui spicca la crisi economica, inevitabilmente) si è aggiunta l'alluvione che ha messo di fatto in ginocchio ancora di più varie attività che non hanno trovato la forza di rialzarsi. E allora l'appellativo “zona rossa”, riflette il parroco, con il tempo non ha certo aiutato: «Più che “zona rossa” ora siamo “zona morta”», sintetizza efficacemente. Più delle casse, più dell'aspetto economico, tuttavia, è quello psicologico, sociale, il nervo scoperto, il tema più sentito: «La paura da qui non è più andata via dalla mattina del 5 novembre 2014. Ho paura anch'io, appena sento di un'allerta, della pioggia. Il danno maggiore? Al di là di tutto, dalle allerte ai lavori sull'argine, da tutti questi temi importanti, è la perdita di serenità: perché la paura non si leva così facilmente», conclude. Le famiglie: il ricordo delle tre sorelle. E il termine «paura» è il più ricorrente anche tra le famiglie colpite cinque anni fa da quell'alluvione che ha ricoperto buona parte di Marina di Carrara di acqua (e di fango). Tra i simboli di quella mattina, di quei giorni del novembre 2014, tre sorelle, tre “ragazze”, che dopo il risveglio con l'acqua in casa, non avevano perso la forza e si erano rimboccate le maniche insieme ai vicini per rimanere lì, nella loro abitazione, nonostante tutto. Qui, in via Firenze, le tre sorelle Carassali, Anna Maria (86 anni), Franca (84) e Giuseppina (79) ci accolgono a casa loro, a cinque anni di distanza, con un sorriso: «Se ci ricordiamo quella mattina? E chi se la dimentica, oggi rimangono la paura e il ricordo di via Firenze sott'acqua». E anche del loro piano terra, pieno d'acqua, «ma per fortuna il pavimento costruito come si faceva una volta ha frenato un po'. Noi abbiamo messo le paratie, fin da subito, però ogni volta che sentiamo dell'allerta meteo, della pioggia, abbiamo paura e pensiamo al Carrione», raccontano le tre sorelle che, nel corso dei mesi successivi all'alluvione, preferivano che nei giorni di pioggia con loro si fermasse anche il nipote. Ogni allerta meteo, ogni pioggia, torna la paura, si alzano le paratie, e si guarda dalla finestra, dopo cinque anni. —

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