Il Tirreno

«Noi qui finimmo in ginocchio, attendiamo ancora giustizia»

Alessandra Vivoli
«Noi qui finimmo in ginocchio, attendiamo ancora giustizia»

A dicembre la sentenza del Tribunale delle Acque di Torino Le aziende danneggiate: ci siamo pagati pure il perito

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CARRARA. Sono passati cinque anni. Cinque anni da quando, all’alba, si sgretolò come un biscotto un tratto di argine del fiume Carrione mandando sott’acqua mezza Marina e le aziende del marmo che insistono in via Argine Destro.

Sono passati cinque anni da quella mattina in cui il Carrione “diventò due fiumi” uscendo dal suo alveo e quasi sdoppiandosi. Ma, dopo cinque anni, nessuna giustizia. Nessun risarcimento. Nè dal Tribunale delle Acque di Torino, nè dal tribunale di Massa. Le carte bollate, come si diceva una volta, non hanno prodotto fino ad oggi alcun risultato. Da una parte c’è ancora oltre un mese di attesa per la sentenza in primo grado del tribunale delle Acque di Torino (competente per territorialià) a cui si sono rivolte le aziende danneggiate dall’esondazione.

Dall’altra, in sede penale, il processo per disastro colposo è stato appena incardinato. E proprio a metà mese è messa in calendario la prima udienza.

Insomma il ricordo resta. Resta l’angoscia di una mattinata di terrore. Resta impressa negli occhi la fotografia di un territorio devastato, sommerso da acqua e fango che ha faticato a rimettersi in piedi. E resta, anzi c’è tutta l’amarezza di chi, a distanza di cinque anni non ha ancora avuto alcun pronunciamento nelle sedi legali.

A dicembre la sentenza

La sentenza è attesa per il 17 dicembre. Ci vuole ancora più di un mese. Cinque anni sono passati e per la sentenza di primo grado c’è da aspettare ancora più di un mese. Naturalmente si tratta della vicenda che ha avuto epilogo davanti al tribunale delle Acque presso la Corte di Appello. È qui che si sono rivolte le aziende danneggiate (quelle di Maurizio Fontanili e di Giorgio Vanelo).

Proprio le aziende hanno chiesto, in sede di accertamento tecnico preventivo, di nominare loro un perito: hanno speso 40mila euro e questo avrebbe dovuto fare in modo di dare una accelerazione alla causa. Ma in realtà non è stato così perchè nel frattempo sono passati cinque anni e sono stati cambiati tre giudici.

Le aziende i loro passi li hanno comunque fatti. Avevano chiesto al tribunale di nominare subito un perito che potesse accertarsi dei danni quando erano ancora visibili, prima che l’argine venisse risistemato. Un accertamento tecnico preventivo (ATP), – in pratica un procedimento d’urgenza, irripetibile e pagato dalle stesse aziende – che avevano quantificato danni complessivi per oltre sette milioni di euro. Una stima al momento solo di massima. Le imprese che hanno mosso questa azione legale, in sede civile, sono assistite dagli studi degli avvocati Riccardo Diamanti e Massimo Santella.

In tribunale

Le responsabilità di questa esondazione, quella per cui il cuore della Marina vecchia si lecca ancora le ferite, girano tutte attorno a quell’argine costruito nel 2007 e certificato nel 2009, poi sbriciolatosi all’alba del 5 novembre del 2014 sotto l’onda della piena del torrente Carrione.

Ricordiamo che una prima svolta in questa vicenda c’è stata già nel maggio scorso quando, in sede di udienza preliminare il gup ha dichiarato l’avvenuta prescrizione di tutti i reati (falso e frode in pubblica fornitura), fatta eccezione per quello di disastro colposo. Il processo, come abbiamo detto è solo all’inizio. Anche in questo caso ci sarà da aspettare. Per il momento, dopo cinque anni dall’alba del 5 novembre di cinque anni fa, resta solo l’amarezza di chi, quella mattina, ha visto parte della propria vita finire sott’acqua. —


 

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