Il Tirreno

Ex colonia Fiat, una Torre nel deserto: 42mila presenze ma attorno solo degrado

Manuela D’Angelo
Ex colonia Fiat, una Torre nel deserto: 42mila presenze ma attorno solo degrado

Massa, la struttura turistica è aperta anche in inverno e resiste alla crisi. La sua ristrutturazione però deve ancora attendere

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MASSA. Ormai sono domande che il territorio massese si pone ciclicamente, soprattutto dopo la stagione estiva: che ne è del comparto delle ex colonie di Marina? Esistono progetti per la loro riqualificazione? I grandi imprenditori sono ancora interessati ad investire lì, per far cessare il degrado e l’abbandono in cui si trovano da decenni? Le risposte sono, allo stesso modo, ciclicamente sempre le stesse. No, non ci sono grandi sviluppi e il comparto è sostanzialmente fermo.. Lo sa bene Doriano Cranco, vicepresidente della Verve, la società che possiede la ex colonia Fiat, compresa la torre, bene storico e culturale quasi “intoccabile”. La “Fiat” è l’unica colonia aperta sul litorale di Marina di Massa e che lavora anche tutto l’inverno e a buoni risultati. I titolari si sono “inventati” il modo di de-stagionalizzare la Torre Marina, portando lo scorso inverno oltre 12mila persone ospiti della struttura e confermando per l’estate 2019 il trend positivo del 2018, superando le 42mila presenze.

La torre però è stata quasi inutilizzata dai turisti, perché le camere, o meglio i cameroni, non sono chiuse ma si aprono sui corridoi senza porte. Una suddivisione degli spazi funzionale alle “vecchie” colonie per bambini ma non al turismo di oggi. E i lavori per la trasformazione delle camere vanno a rilento. Cranco parla, però, di altre numerose opere portate a termine da Verve sulla ex colonia: lavori di manutenzione straordinaria e ordinaria e l’apertura del teatro della torre, messo a disposizione di turisti e cittadini.

Il progetto di riqualificazione generale, però (che deve passare attraverso un piano particolareggiato), è costoso e impegnativo. Circa 6 milioni di euro, da investire a step nell’impiantistica della torre, infissi, incremento delle aree verdi e altri progetti come il ristorante didattico in collaborazione con l’istituto Alberghiero.

«Avremmo bisogno di fare rete – spiega Doriamo Cranco- ma con chi? Qui non si sente e non si vede nessuno da tempo. Inoltre, seppur riuscissimo a portare a termine i nostri progetti con le nostre sole forze, rischieremmo di diventare una riserva indiana. I problemi che riguardano le altre colonie ci preoccupano molto. Se fallisce l’idea di riqualificare l’intero comparto i nostri sforzi saranno stati vani». Cranco rivela di aver avuto, anche ultimamente, incontri con grandi big dell’imprenditoria alberghiera e operatori di settore, piacevolmente colpiti dalla Torre Marina, ma poi sbigottiti dal degrado che regna intorno ad essa. Investire, insomma, appare ancora molto rischioso.

Eppure l’amministrazione comunale ha approvato definitivamente il Regolamento urbanistico, che sulle ex colonie è molto chiaro, permettendo di recuperarle a fini turistici, cambiando la destinazione di “colonia” e destinando fino a un massimo del 25% a residenziale, per incentivare l’investimento dei privati nell’alberghiero. In realtà con l’approvazione del Ru, non è cambiato poi molto, perché per mettere mano alle ex colonie occorrono i “piani particolareggiati”, che per i non addetti ai lavori altro non sono che ulteriori strumenti urbanistici in grado di precisare in dettaglio l’assetto definitivo delle singole zone, determinando limiti, vincoli, trasformazioni e delimitazioni. Senza i piani particolareggiati, insomma, non si va da nessuna parte. Ma chi li dovrebbe fare? L’amministrazione pubblica non ha la forza economica, questo è noto, ed è per questo che occorrerebbe l’interessamento dei privati, come fu a suo tempo per l’armatore-imprenditore Enrico Bogazzi, che sulle ex colonie aveva, attraverso l’Asi grandi progetti (da 50 milioni di euro) ma che svanirono con le lungaggini burocratiche e qualche zampino della politica. «Vogliamo organizzare un convegno – conclude Cranco – che parli del futuro delle ex colonie, assieme alla famiglia Bogazzi, con il gruppo Turimar, per capire cosa accadrà adesso, e quali idee l’amministrazione abbia in testa per salvare quel comparto». —

Le altre realtà Turimar, Olivetti, Motta in attesa di investitori. Torino, Olivetti, Turimar e Motta: il futuro delle ex colonie marine potrebbe stare nelle mani di un unico lungimirante soggetto imprenditoriale che, acquistandole insieme, potrebbe riuscire a distribuire meglio le quote di residenziale sulle ex colonie e ad organizzare ancor meglio la parte alberghiera e direzionale. Un sogno da centinaia di milioni di euro, appeso a diversi cavilli, oltre che al portafoglio di qualcuno. La Turimar (76% di proprietà Asi delle famiglie carraresi Bogazzi e Conti e 20% della famiglia Schiaffino), è attualmente chiusa, ma la società non è in liquidazione. Cercano, pare, investitori a cui vendere. Dopo l'approvazione del Regolamento urbanistico, fanno sapere persone vicine all'armatore Bogazzi, “si continuano a fare le valutazioni economiche del caso”. Insomma, ancora si cerca di capire se quel comparto possa valere qualcosa. La ex colonia Motta, invece, è in vendita, all’asta dal 2017, senza mai un compratore interessato. E il prezzo cala. La prossima asta sarà il 27 novembre, prezzo dell’immobile 4,3 milioni di euro e offerta minima di 3,2 milioni. Se nessuno la compra andrà a Bogazzi. Secondo gli addetti ai lavori, quella di novembre potrebbe essere l’ultima asta che il giudice deciderà di fissare, per evitare ulteriori ribassi. Poi si andrà a trattativa privata e allora qualche imprenditore fuori provincia potrebbe avere un interesse in più a farsi avanti. Si parla di una cordata pisana, che già mise mano alle colonie del litorale di Marina di Pisa. Ma sono solo voci. —

Manuela D’Angelo
 

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