Il Tirreno

I lavoratori Sanac tornano in piazza: basta alibi fateci ripartire

Camilla Palagi

Parlamentari, sindaci e sindacati lanciano un appello ad Arcelor Mittal e ministero: fermate la cassa integrazione

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MASSA. Operai in piazza per difendere il posto di lavoro. Non si vedeva da tempo una manifestazione di lavoratori in città. Ieri ci hanno pensato i dipendenti della Sanac a ricordare alla città che l’emergenza occupazione non è finita. I lavoratori dell’azienda ex gruppo Ilva hanno organizzato un presidio in piazza Aranci, supportati dal consigliere del Pd Stefano Alberti e da esponenti di Carc, Rifondazione e Partito Comunista, mentre a Palazzo ducale parlamentari locali (tra i firmatari del documento finale ci sono Massimo Mallegni, Andrea Marcucci, Cosimo Ferri, Riccardo Ricciardi, Martina Nardi), amministratori (i sindaci Franncesco Persiani e Francesco De Pasquale, il presidente della Provincia Gianni Lorenzetti)) e dirigenti sindacali si riunivano per mettere a punto strategie in difesa della fabbrica.

L’obiettivo è scongiurare la cassa integrazione per i circa 120 dipendenti di Sanac. Per mercoledì prossimo (il 18) è fissato l’incontro al ministero del lavoro a Roma per attivare la Cig. Lo spettro che per tutta l'estate si è aggirato attorno alla fabbrica di via Dorsale adesso ha una forma, e una data. I sindacati parlano di atto dovuto, di una procedura obbligatoria da dover formalizzare nonostante la manciata di commesse che ancora tengono in vita l'azienda. La procedura prevede che l'amministrazione straordinaria che gestisce i quattro stabilimenti Sanac non anticipi la liquidità che comporta l'ammortizzatore sociale. Un elemento, cioè, che, in soldoni, prevede una cassa integrazione senza cassa. Almeno non subito. La prestazione economica potrebbe arrivare a distanza di mesi e mesi dalla sua attivazione. Altra criticità è legata al complesso di Taranto di ArcelorMittal. Laggiù, in Puglia, si sussurra del dissequestro dell'alto forno 2 che al momento blocca anche la produzione massese. Il piano per il suo risanamento è sul tavolo. La modifica del cosiddetto “Decreto Crescita”, che aveva eliminato la tutela legale in attesa dell’attuazione del piano ambientale per lo stabilimento di Taranto, anche. Eppure, il colosso non ha ancora convocato un tavolo con i sindacati per formalizzare l'acquisizione del gruppo. Da un lato, quindi, c'è la certezza della cassa integrazione. Dall'altro continuano ancora i dubbi legati all'acquisto.

«Abbiamo chiesto un tavolo per concludere la trattativa per l'acquisizione – dice Stefano Tenerini (Cisl) - e con la variante del decreto salva imprese che ha reintrodotto lo scudo penale crediamo che sia possibile permettere ai cittadini di Taranto e all'ex Ilva di convivere. Quindi di tenere aperta Sanac». «Non abbiamo ancora avuto il tavolo al Ministero dello sviluppo economico - dice Nicola Del Vecchio (Cgil)- Oggi siamo qua a manifestare per chiedere sostegno alle istituzioni per questo. Ma l'appello è anche rivolto all'azienda: basta alibi, vogliamo vedere le carte perché non ci sono più motivi per interrompere il processo di vendita». «Andare verso una cassa integrazione senza una certezza di acquisizione potrebbe significare l'inizio della fine – sottolinea Massimo Graziani (Uiltec) - Quindi uno scenario da scongiurare. Chiediamo l'incontro al Mise» «Serve un piano industriale - dice Francesca Innocenti (Usb) - Come sindacato sosteniamo gli operai per ottenerlo così da poter avere certezze per il futuro e obiettivi chiari per il settore».

Intant in Provincia si teneva l’incontro istituzionale. Da cui è uscito un documento in cui si dice che è “inaccettabile” che in un’azienda che non è in crisi strutturale arrivi la cassa integrazione; si chiede un incontro urgente con il nuovo ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e si chiede di sospendere le procedure per la cassa integrazione. —

Camilla Palagi

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