Italia
La testimonianza choc della dottoressa: così in piscina ho provato a salvare Ibrahim
«Ero con mia figlia, ho visto il bambino sul bordo della vasca, non rispondeva agli stimoli, continuava a vomitare»
VILLAFRANCA. Si arricchisce di nuovi particolari la ricostruzione della drammatica serie di eventi che ha portato alla scomparsa del giovanissimo Ibrahim El Gargar, il bimbo di dieci anni vittima di un malore in piscina, finito poi in tragedia. Attraverso le parole di Chiara Vizzaccaro, giovane dottoressa villafranchese attualmente residente a Piacenza, che ha eseguito, insieme al bagnino e altre tre persone, le cure di primo soccorso al bambino, si possono ricavare nuove informazioni per ricostruire la dinamica di domenica scorsa.
La testimonianza
«Domenica ero in piscina con mia figlia, – ci racconta la dottoressa Vizzaccaro – ci stavamo avvicinando alla piscina olimpionica visto che voleva tuffarsi dal piccolo trampolino, quando la mia attenzione è stata attirata dalle urla che arrivano dal bordo vasca e dalla grande concitazione che si stava creando, con le persone che iniziavano a radunarsi. Ho visto che stavano estraendo qualcuno dall’acqua. Quando mi sono avvicinata ho visto il bambino, mi sono identificata come medico ed insieme agli altri soccorritori abbiamo provato a rianimarlo».
Le condizioni del bambino sono apparse sin da subito gravi. «Aveva gli occhi spalancati, non rispondeva agli stimoli. Era una situazione disperata sin dai primi istanti».
E nonostante la gravità della situazione chi stava intorno al piccolo Ibrahim ha avuto la forza di rimanere saldo. «Abbiamo sin da subito applicato le piastre per la defibrillazione, spostando il corpo in un luogo asciutto per poterlo connettere al dispositivo. – ricorda la dottoressa - Una volta collegato alle piastre, il defibrillatore suggeriva di continuare la manovra meccanica». I defibrillatori moderni, infatti, al loro interno hanno un sistema di diagnostica che analizza i parametri vitali, suggerendo se sia il caso di agire con le manovre classiche oppure eseguire la scarica.
Anche per questo c’è una spiegazione: «Alcuni arresti cardiaci non sono defibrillabili – sottolinea la dottoressa Vizzaccaro – e si può intervenire solo attraverso il massaggio cardiaco oppure alcuni farmaci che aiutano a ripristinare il battito». Una delle ipotesi che hanno condotto al fatale malore sarebbe una congestione, ipotesi che può venire avvalorata dalla descrizione della giovane dottoressa villafranchese: «Per tutto l’intervento di soccorso il bambino ha continuato a vomitare. Aveva sicuramente mangiato da poco».
Chiara Vizzaccaro inoltre conferma un’altra parte della ricostruzione sin qui nota, ovvero che il bambino fosse da solo: «Mi sono alzata tre o quattro volte per urlare se qualcuno conoscesse il bambino. Avevo bisogno di informazioni per comprendere il suo stato di salute pregresso. Nessuno però ha risposto. La mia richiesta se ci fosse un genitore od un amico è caduta nel vuoto. In quel momento il bambino era completamente solo».
Una vicenda che ha sicuramente lasciato un segno dal punto di vista umano: «Quando intervieni su un bambino e vedi che la situazione è così disperata, un sussulto emotivo lo hai, ma in certe occasioni bisogna tenere il cuore saldo, anche se non è facile. Entra in gioco la preparazione che hai, ti aiuta a superare l’impatto con le emozioni, ma anche se sei medico rimane comunque difficile, non importa quante volte tu l’abbia già vissuta». Contrariamente a quanto tutti pensano Ibrahim non era solo, accanto a lui aveva cinque angeli, che hanno combattuto per lui fino alla fine.
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