La Cisal boccia i piani Pabe: «Licenziamenti in vista»
Roberto Venturini contesta i limiti di materiale escavabile: «Non si calcolano sassi e terre che restano al monte. Così le piccole aziende andranno in crisi»
CARRARA. Il sindacato autonomo Cisal attraverso la voce di Roberto Venturini (ex responsabile del comparto marmo di Cgil), punta il dito contro i Pabe( cioè i Piani attuativi dei bacini estrattivi che disciplinano, sotto il profilo paesaggistico, le attività di cava) in fase di approvazione e lancia l’allarme: «L’amministrazione ha prodotto un documento- i Pabe appunto- che potrebbe causare la chiusura di molte cave, sicuramente quelle più piccole e provocare il licenziamento di molti dipendenti».
Oggetto del contendere è la soglia massima di tonnellate di blocchi e informi escavabili per i prossimi 10 anni sancita dai Piani attuativi redatti dal Comune. Ma Venturini accusa anche la Regione: «Nello stabilire la soglia massima di blocchi e informi escavabili per i prossimi 10 anni, fissata nel Pit, Piano di indirizzo territoriale e ripreso poi dal Comune nei Pabe, ha fatto la media di quanto è stato estratto tra blocchi, informi, terre e sassi degli ultimi 4 anni, ma non ha tenuto conto dei sassi e delle terre che non sono scesi a valle perché usati per la modifica della viabilità di cava per raggiungere i punti di escavazione. Così le aziende costrette a limitare sensibilmente il quantitativo di escavabile si ritroveranno a dover licenziare i dipendenti». Venturini sostiene di aver preso come riferimento i dati trovati pubblicati sui quotidiani locali sul quantitativo di escavato effettivo dei blocchi e informi per l’anno 2016 e sottolinea la differenza tra quanto previsto come soglia massima dai Pabe e quanto escavato effettivamente nel 2016 secondo questi dati: «Per le cave Seccagna B e Tacca, per esempio, in concessione a Alba Ventura, i Piani prevedono una soglia massima 25.436 tonnellate di blocchi e informi contro le 34.666 estratte nel 2016: che fine faranno quei 25/27 dipendenti di Alba Ventura? E avanti così per molte altre delle 190 cave».
Il problema, secondo la Cisal è che i dati usati dalla Regione e sui cui ha fatto la media, «sono stati forniti dal Comune e sono quelli su cui lo stesso calcola la tassa marmi: ma è il materiale che scende dal monte e che quindi non tiene conto del materiale rimasto al monte per modificare le vie di accesso».
Quando la cava raggiunge la soglia massima di escavato – incalza ancora Venturini – « e si deve fermare, se poi trascorrono 6 mesi di inattività, l’attuale Regolamento degli Agri marmiferi prevede il ritiro della concessione e quando poi la concessione viene affidata ad altri, questi potranno prendere a escavare se ormai la soglia massima è stata raggiunta?».
Il sindacato autonomo chiede poi a Regione e Comune «perché la Legge 35/2015 della Regione non prevede la clausola sociale che permette ai lavoratori di mantenere impiego e condizioni di lavoro in caso di passaggio di concessione con l’asta prevista e poi vorrei sapere per le cave ferme con l’art 58 bis, i lavoratori che sono rimasti senza stipendio quanti soldi hanno perso. E quanto ha perso il Comune con le cave chiuse, visto che ha chiesto alla Regione la possibilità di aumentare le tariffe? Intanto con i Pabe ancora da approvare diverse cave non possono riprendere l'attività perché nonpossono presentare i piani di coltivazione». —
Francesca Vatteroni
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