Sicurezza
Casonato annuncia il ricorso per il fratricidio: «Sentenza da soap opera»
L’ex psicologo condannato per l’omicidio del fratello Piero scrive dal carcere «Testimoni non attendibili, tutta la sentenza si basa sulle parole degli “zingari”»
MASSA. Due pagine di lettera manoscritta per assolversi dall’omicidio del fratello Piero Casonato, criticando la sentenza del tribunale che lo riconosce colpevole. E in chiusura di missiva annuncia: ricorso in appello e poi in Cassazione. Marco Casonato riprende a scrivere le sue lettere dal carcere, perché per lui la storia della morte del fratello non è finita con i 18 anni di reclusione che lo scorso il 5 aprile il giudice Ermanno De Mattia ha deciso d’infiggerli col rito abbreviato. . Il suo avvocato, Riccardo Balatri, lo aveva annunciato già nell’immediatezza della sentenza: «Rispettiamo, ma la impugneremo».
Casonato è duro nel giudizio: «La sentenza ricalca fedelmente il comunicato spampa iniziale delle procura e la narrativa da soap opera che ne era derivata».
Casonato torna a battere su un punto, quello dell’attendibilità dei testimoni oculari che hanno assistito alla scena. Ma lo fa con un argomento che scivola facilmente dalla critica, legittima, nel pregiudizio contro l’etnia - sono dei sinti - dei quattro. Leggiamo le sue parole.
«Sono tutti zingari, ma sono chiamati “operai” (vigolette sue, ndr) anche se non esiste libro paga o traccia di tale qualifica. Tutta la sentenza, come l’accusa, si basa su quel che dicono gli zingari. Siamo nel mondo del politicamente corretto per cui tutti scrivono “zingari” usando le virgolette. Io l’ho chiesto a un loro cugino per sicurezza: “macché sinti e rom: zingari!». Non spiega però perché un sinti non dovrebbe essere attendibile di per sé.
Poi entra più nello specifico del vissuto e delle relazioni emerse durante il processo: «Nulla vale notare che i testi sono inattendibili per il loro curriculum giudiziario e perché raccontano ognuno una storia diversa “Diverso” - scrive Casonato - diventa “approssivamente identico”, un po’ come “zingari” diventa “operai”. Che uno dica tre e l’altro sei non fa differenza».
Casonato continua a sostenere che le foto scattate da lui stesso quel giorno mostrano un quadro diverso dai quattro disegni - «totalmente diversi l’uno dall’altro», aggiunge - che i testimoni hanno realizzato per descrivere la scena.
Ci sono anche passaggi più crudi. Riportando quelli che definisce «veri dati» Casonato sostiene che la morte del fratello sia stata «istantanea per schiacciamento del cuore, impossibili le sue urla raccontate dai testimone».
Casonato fa presente che non c’è stato «sanguinamento esterno, abiti puliti senza sangue e che non è stato effettuato esame sul dna, per cui non si sa se le macchie sull’auto sono sangue mio, di mio fratello o falso positivo». Tutti fatti che per l’ex docente universitario di psicologia alla Bicocca di Milano sono sufficienti per «Appello e Cassazione». —
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