Sicurezza
I sommozzatori: «Scongiurato ogni rischio di inquinamento»
Il responsabile delle operazioni Fabrizio Giannelli racconta il recupero: «Rimorchiarlo non era l’idea migliore, così lo abbiamo imbarcato a bordo»
LIVORNO. «L’operazione è stata difficilissima, visto che l’elicottero era diviso in tre tronconi. Gli inquirenti volevano farcelo trainare fino a Capraia, ma sapevamo che non era possibile. Il mare si stava agitando e il velivolo stava scarrocciando fino a 36 miglia da Livorno. Dovevamo agire il prima possibile. Così abbiamo deciso di tirarlo sulla nostra motobarca. Abbiamo anche evitato che il carburante si disperdesse».
A parlare è il sommozzatore Fabrizio Giannelli, a capo delle operazioni di recupero del Robinson R66 precipitato lunedì. Lui e i suoi uomini – i capisquadra del nucleo sommozzatori labronici Sandro Fantozzi e Alessandro Nardi, i coordinatori Luca Delfino e Neil Neri e il vigile esperto Giacomo Di Martino – hanno lavorato ore.
Giannelli, ci racconti com’è andata?
«L’idea di chi coordinava le operazioni era rimorchiare l’elicottero. Ma nessuno poteva stare sotto e avremmo rischiato di perdere i pezzi sul fondale, in quel punto di 265 metri».
Quindi?
«La mia squadra è arrivata lì verso le 11.30. Abbiamo aspettato un po’ di tempo, anche perché all’inizio chi da terra ci guidava nelle operazioni era un po’ diffidente. Forse non credeva che la soluzione migliore fosse imbracare il velivolo e con la gru posizionarlo sulla nostra imbarcazione, la VF1174».
È stato complicato?
«Molto. Abbiamo atteso che il mare si calmasse, poi abbiamo imbracato le parti più delicate e stando attenti ce l’abbiamo fatta».
Dove può essere il pilota?
«Ovunque. Sia in profondità che in superficie. La donna invece era ancora nell’elicottero. Aveva sempre le cinture allacciate». —
S.T.
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